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Oggi Borghi e Sapori – Scoprendo l’Italia vi porta in Lombardia, nel cuore della pianura bergamasca, una ventina di chilometri a sud di Bergamo. Qui un piccolo borgo agricolo, tra campi, rogge e cascine, custodisce un tesoro che pochi si aspetterebbero di trovare: la casa del pensiero dell’uomo che ha insegnato all’Italia a raccontare il vino e il cibo.

Benvenuti a Bariano. Il paesaggio è quello largo e paziente della Bassa, dove l’orizzonte è piatto e il tempo si misura con le stagioni dei raccolti. Le cascine sparse in aperta campagna, come la Bigliarda, la Fada e la Corsa, raccontano meglio di qualsiasi libro l’anima rurale del paese. In dialetto lo chiamano Barià, e il suo nome affonda le radici in epoca romana, probabilmente in un antico gentilizio, Barius. Prima ancora, queste terre furono abitate da piccole tribù liguri e poi dai Galli Cenomani.

La storia di Bariano è una storia di confine. Il primo documento in cui compare il nome del borgo risale all’885. Nei secoli successivi le sue terre furono contese tra i vescovi di Cremona e quelli di Bergamo, mentre guelfi e ghibellini si combattevano attorno al castello, sorto vicino all’attuale chiesa parrocchiale e più volte distrutto e ricostruito. Oggi ne resta solo una traccia, nell’edificio che i barianesi chiamano semplicemente il Palazzo, affacciato sulla piazza principale. Con la pace di Lodi del 1454 il borgo entrò stabilmente nella Repubblica di Venezia. Il confine con il Ducato di Milano correva lungo il Fosso Bergamasco, che lambiva il paese a sud e a ovest. La Serenissima bonificò terreni e scavò canali, e da allora l’agricoltura è diventata il ritmo stesso della vita del paese.

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C’è un aneddoto che i barianesi raccontano con un sorriso. Nello stemma comunale, concesso nel 1979, compaiono tre gatti d’oro accovacciati accanto a tre pannocchie di mais. In origine, però, non dovevano essere gatti: il bozzetto prevedeva tre bachi da seta, simbolo della bachicoltura che insieme al mais aveva sostenuto per generazioni le famiglie contadine. Un errore di interpretazione li ha trasformati in felini, e così sono rimasti.

Passeggiando nel centro storico si incontrano la chiesa parrocchiale dei Santi Gervasio e Protasio, costruita a metà del Settecento con affreschi di Vincenzo Angelo Orelli e Francesco Capella, le antiche corti rustiche e la corte di Palazzo Grataroli. Poco distante c’è lo Stallo della Misericordia, un edificio tardo-quattrocentesco legato all’antica istituzione caritatevole del paese, che oggi ospita la biblioteca comunale.

Ma il vero scrigno di Bariano si trova fuori dall’abitato, lungo la strada per Romano di Lombardia, sulla riva destra del fiume Serio. È l’ex Convento dei Neveri, riconoscibile da lontano per il tamburo circolare e il piccolo campanile della chiesetta di Santa Maria del Carmine. La sua storia è un libro scritto a più mani lungo duemila anni. Qui sorgeva il villaggio romano di Averga, citato per la prima volta nell’840, che si sviluppò accanto all’antico guado dei Neveri e lungo la strada che collegava Milano ad Aquileia, rimasta strategica anche nel Medioevo come via imperiale.

Su un grande edificio romano di epoca imperiale nacquero poi le chiese e il convento. In epoca longobarda il luogo divenne pieve, con un’area cimiteriale in cui sono state ritrovate un centinaio di tombe. La chiesetta di Santa Maria del Carmine, giunta fino a noi quasi integra, sorge su una chiesa altomedievale dedicata a San Giovanni Battista, nata a sua volta forse su un ninfeo romano con una fonte d’acqua: proprio quell’acqua l’avrebbe resa adatta a diventare battistero. La sua pianta è formata da due semicerchi, e sul tamburo è innestato il piccolo campanile con la sua unica campana.

Quando, intorno al Mille, Averga scomparve sotto le piene del fiume, la chiesa sopravvisse. Nel 1480 fu donata ai Carmelitani, che vi fondarono il loro convento. Soppresso dalla Repubblica di Venezia nel 1770, il complesso passò al latifondista Giovanni Imberti, che lo trasformò in fattoria per i suoi mezzadri. Nel 1920 uno dei porticati divenne osteria, e negli anni Sessanta il convento, ormai abbandonato, era ridotto a uno scheletro di ruderi.

La rinascita è arrivata nei primi anni Duemila, quando la famiglia Suardi lo ha acquistato e restaurato con un lungo e paziente lavoro, affiancata dall’architetto Domenico Egizi. Il recupero ha restituito un patrimonio sorprendente: affreschi romani di età imperiale, cicli pittorici del IV e V secolo con episodi dell’Antico Testamento, l’antica pavimentazione a mosaico e una Madonna con il Bambino di tradizione tardogotica, datata 1491. Vittorio Sgarbi ha definito le pitture romane dei Neveri, conservate nella loro completezza, “un unicum”. Oggi il complesso ospita anche due ristoranti, ed è proprio qui che la figlia di Veronelli, Lucia, ha ambientato il suo romanzo “Nelle acque del tempo. Il romanzo del convento dei Neveri”.

Ed è qui che dal 2024 vive “Il Veronelli”, lo spazio espositivo permanente dedicato a Luigi Veronelli, il padre del giornalismo e della critica enogastronomica italiana, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita. Veronelli era nato il 2 febbraio 1926 nel quartiere Isola di Milano e aveva scelto Bergamo come casa. Il nome dello spazio viene dall’enciclopedia pubblicata da Rizzoli nel 1985, e richiama l’autorevolezza costruita in cinquant’anni di lavoro e di battaglie per la qualità. Il percorso si sviluppa su due piani e nel sottoterra dell’ala ottocentesca del convento, e si visita su prenotazione con visite guidate.

C’è la biblioteca, un salone con grandi vetrate da un lato e arcate cinquecentesche dall’altro, che raccoglie circa seimilacinquecento volumi dedicati a cucina, vino, distillati e civiltà contadina. C’è l’archivio, con articoli, carteggi, rassegne stampa e canovacci di programmi televisivi. C’è lo studio, la sua “fucina”, dove scriveva, riassaggiava in solitudine i vini che lo incuriosivano e ogni sera, alle sette, chiedeva di non essere disturbato per ascoltare il giornale radio. E c’è la cantina, ricostruita fedelmente su quella che occupava circa 350 metri quadrati sotto la sua casa di Bergamo Alta: circa dodicimila bottiglie, soprattutto di annate tra gli anni Sessanta e Novanta, dove vini blasonati e vini sconosciuti stanno fianco a fianco, tutti curati e schedati allo stesso modo. Per Veronelli non erano una collezione, ma uno strumento di lavoro quotidiano.

Completano il percorso la sala assaggi, con un grande tavolo in legno e i suoi scritti sulla degustazione, pensata per “ascoltare i vini”, come amava dire lui, e la caffetteria. Qui sono esposti i disegni del Veronelli designer, per i bicchieri “Gli Orseggi” di Alessi e per il suo tastevin, insieme ai pannelli del campionato gastronomico lombardo ideato con Gianni Brera negli anni Sessanta. Al convento ha sede anche il Seminario Permanente Luigi Veronelli, che qui presenta ogni anno la Guida Oro I Vini di Veronelli.

È difficile immaginare un luogo più adatto. Veronelli aveva capito prima di tutti che un prodotto non si può separare dalla terra in cui nasce, né dalle mani di chi lo coltiva. Da questa intuizione nacque anche l’idea delle De.Co., le Denominazioni Comunali, perché ogni comune, anche il più piccolo, potesse riconoscere e tutelare i propri sapori. Vederne custodita la memoria in un borgo di campagna, tra cascine e campi di mais, ha qualcosa di profondamente coerente. In questo convento, dove da duemila anni si intrecciano storia, arte, fede, cibo e vino, prende forma la sua visione della vita come un continuo incontro tra culture.

Di Veronelli, del suo modo di raccontare il vino e la cucina e di cosa abbia significato per Bariano l’arrivo del suo patrimonio culturale, abbiamo parlato con Gian Arturo Rota, suo amico e collaboratore per quasi vent’anni e oggi responsabile de “Il Veronelli”. L’intervista completa è disponibile nell’ultima puntata del podcast di Borghi e Sapori – Scoprendo l’Italia, ascoltabile anche qui su Ditutto.it.

Bariano non ha la fama delle grandi mete turistiche, ma ha qualcosa di più raro: la capacità di tenere insieme una villa romana e una biblioteca del gusto, i bachi da seta diventati gatti e una cantina di dodicimila bottiglie, la fatica dei campi e il pensiero di chi quella fatica ha saputo raccontare. È un borgo che insegna come la cultura del cibo e del vino sia, prima di tutto, cultura del territorio.

Con questa immagine chiudiamo anche questa puntata di Borghi e Sapori – Scoprendo l’Italia. Vi aspettiamo alla prossima tappa.

Antonio Torretti

Amministrazioni comunali, associazioni, produttori locali e cittadini possono condividere le proprie storie o suggerire borghi e realtà da raccontare scrivendo a BorghieSapori@ditutto.it oppure contattando la redazione al numero 329 544 3270, anche su WhatsApp.

 

 

 

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