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Un primo tempo senza forza, personalità né idee quello disputato dal Lecce, apparso sin dalle prime battute in balia degli avversari. I giallorossi subiscono due reti nei primi trenta minuti, pagando a caro prezzo disattenzioni e gravi errori difensivi che spianano la strada ai rossoblù. Una partenza da dimenticare, che mette subito in salita la partita e riporta al centro della discussione una fragilità arretrata sempre più difficile da ignorare.

La retroguardia concede troppo, legge male alcune situazioni e mostra difficoltà evidenti nella gestione dei momenti delicati. Un copione che alimenta più di un interrogativo, soprattutto considerando come gran parte degli interpreti del reparto sia rimasta la stessa rispetto alla passata stagione. Se gli uomini sono in larga parte invariati, viene spontaneo chiedersi cosa sia cambiato negli equilibri, nelle distanze e nella tenuta complessiva della squadra.

Al 40′ il Lecce prova a riaprire la gara. È Maleh, sugli sviluppi di un calcio piazzato, a firmare il gol dell’1-2, restituendo almeno per qualche minuto una parvenza di fiducia a una squadra fino a quel momento troppo timida e poco incisiva. Nel finale di frazione arriva anche l’illusione del pareggio: Štulić trova il pareggio in pieno recupero, ma l’esultanza giallorossa dura poco. La rete viene annullata perché il serbo tocca il pallone con il braccio. Una gioia effimera, che non cambia la sostanza di un primo tempo largamente insufficiente, seppur chiuso con un timido segnale di reazione.

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La ripresa, tuttavia, non restituisce una squadra diversa. Anzi, il secondo tempo si trasforma in un concentrato di confusione, disorganizzazione e difficoltà nella costruzione del gioco. I salentini faticano a trovare riferimenti, non riescono a dare continuità alla manovra e appaiono spesso privi di una direzione precisa. Manca il coraggio di alzare il ritmo, di prendersi responsabilità e di cercare con convinzione una strada per rimettere in piedi la partita. Le intenzioni non si traducono in una proposta di gioco riconoscibile.

Come se non bastasse, sul Lecce torna ad abbattersi il problema degli infortuni. Prima Gorter, poi Monteiro, infatti, sono costretti a lasciare il campo doloranti, aggravando una situazione già complicata. Nel caso del calciatore svizzero, è stata evidenziata una lesione di primo grado al polpaccio sinistro, un’ulteriore tegola per una rosa che continua a perdere giocatori. Il secondo tempo si chiude senza altre reti, ma il risultato non racconta fino in fondo le difficoltà emerse nell’arco dei novanta minuti.

In questo contesto, anche la gestione della gara finisce sotto la lente d’ingrandimento. L’allenatore sembra faticare nella lettura degli sviluppi della partita e nell’individuare le contromisure necessarie per cambiare l’inerzia dell’incontro. Quando la squadra perde distanze e certezze, servono lucidità, correzioni e soluzioni.

Resta così una squadra che, sul piano difensivo, sembra aver smarrito solidità e affidabilità rispetto allo scorso anno. Un dato che merita un’analisi più profonda e che non può essere liquidato soltanto attraverso il peso degli episodi o delle assenze. Gli infortuni rappresentano certamente un’attenuante, ma non bastano da soli a spiegare una prestazione segnata da errori individuali, disordine tattico e povertà di soluzioni.

Nel post partita, il presidente ha posto l’accento proprio sull’emergenza infortuni, ormai sempre più condizionante per le scelte e per la composizione della rosa. Una questione concreta, che inevitabilmente pesa sulle possibilità di lavoro dello staff tecnico. Ma accanto all’infermeria, restano aperti altri fronti: la tenuta difensiva, la capacità di reagire alle difficoltà e l’identità di una squadra che oggi fatica a riconoscersi in un progetto di gioco chiaro.

La sconfitta, dunque, non lascia soltanto il rammarico per un risultato negativo. Lascia soprattutto domande.

Perché gli alibi possono spiegare una parte delle difficoltà, ma non cancellano la necessità di ritrovare organizzazione, personalità e certezze.

Sofia Cava

 

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