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Con oltre trent’anni di esperienza alle spalle, il nostro ospite di oggi è una delle figure più autorevoli nel panorama del counseling in Italia e in Svizzera. Maurice Cereghini ha costruito un percorso professionale caratterizzato da un equilibrio raro: quello tra il rigore scientifico e una profonda sensibilità umana. Attraverso i suoi studi tra Como, Milano, Lugano e Locarno, Cereghini non si limita alla pratica clinica, ma promuove una visione del counseling come strumento di dignità e benessere integrale. Il suo approccio, che integra il counseling energetico e la pranoterapia, si riassume perfettamente nel suo motto: ‘Star bene con se stessi, star bene con il mondo. Ecco cosa ci ha raccontato. Buona lettura!

Dottor Cereghini, nel suo lavoro d’aiuto parla spesso di “liberarsi dalle resistenze e ritrovare la propria armonia”. Oggi che tipo di sofferenza emotiva e relazionale vede maggiormente colpire i suoi pazienti?

La sofferenza che incontro più frequentemente è quella di persone che hanno perso il contatto con se stesse. Sono persone che funzionano, lavorano, hanno una famiglia, una vita apparentemente normale, ma dentro portano un senso di vuoto, di insoddisfazione e spesso di solitudine. Nelle relazioni vedo molta paura: paura di essere lasciati, di non essere abbastanza, di rimanere soli. E questa paura porta spesso a confondere l’amore con il bisogno. Quando abbiamo bisogno dell’altro per sentirci completi, rischiamo di accettare situazioni che lentamente ci allontanano da chi siamo. Per me ritrovare l’armonia significa proprio questo: tornare ad ascoltare la propria verità interiore e avere il coraggio di non tradirla.

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Lei si occupa in modo specifico di sostegno alle donne e di relazioni affettive: qual è la prima barriera invisibile o la resistenza emotiva che bisogna superare quando si rende conto di trovarsi in una relazione tossica?

La prima barriera è spesso ammettere a se stessi che quella che si sta vivendo non è più una relazione sana. Molte donne non si accorgono immediatamente di essere dentro una dinamica di controllo. All’inizio può sembrare attenzione: “Dove sei?”, “Con chi sei?”, “Perché non mi hai risposto?”. Poi diventa controllo, isolamento, svalutazione. E spesso tutto viene giustificato con una parola molto pericolosa: amore. Il passaggio fondamentale è smettere di chiedersi soltanto “quanto mi ama?” e iniziare a chiedersi “come sto io dentro questa relazione?”. È una domanda semplice, ma può aprire una porta enorme.

La cronaca continua a metterci di fronte a terribili fatti di femminicidio. Dal suo osservatorio sulle dinamiche umane, qual è il “cortocircuito” emotivo o relazionale che spinge un partner a passare dal presunto affetto al dominio o alla violenza estrema?

Io eviterei di parlare di amore che improvvisamente si trasforma in violenza. Molto spesso il problema è proprio che quello che viene chiamato amore, in realtà, contiene già elementi di possesso e di dominio. L’amore dice: “Sono felice che tu sia felice, anche se la tua scelta non coincide con la mia”. Il possesso dice: “Se non sei con me, non puoi essere di nessun altro”. Quando una persona non riesce ad accettare la libertà dell’altro, la separazione può diventare una minaccia alla propria identità e al proprio controllo. Ma questo non significa che esista una giustificazione per la violenza. La responsabilità rimane sempre di chi agisce la violenza. E proprio per questo è fondamentale riconoscere prima possibile le dinamiche di controllo e di possesso.

Spesso i media tendono a parlare di “raptus” o di squilibri improvvisi. Dal punto di vista del counseling e della psicologia delle relazioni, perché questa narrazione è fuorviante e quali sono invece i veri segnali premonitori di una dipendenza o violenza affettiva?

Il concetto di “raptus” rischia di raccontarci una storia molto semplice: una persona apparentemente normale che, all’improvviso, perde la testa. La realtà delle relazioni violente è spesso molto più complessa. Esistono comportamenti che possono precedere l’escalation: controllo, gelosia ossessiva, isolamento, minacce, umiliazioni, intimidazioni, controllo economico, controllo del telefono, incapacità di accettare un rifiuto o la fine della relazione. Non significa che ogni comportamento di gelosia conduca necessariamente alla violenza. Ma quando il controllo diventa sistematico e la libertà dell’altra persona viene progressivamente ridotta, siamo davanti a segnali che non dovrebbero essere minimizzati. La prevenzione comincia molto prima dell’episodio estremo.

Molte donne vittime di abusi provano vergogna, paura o una forte dipendenza affettiva che impedisce loro di denunciare o chiedere aiuto per tempo. Come si lavora sulla ricostruzione dell’autostima quando il tessuto personale è stato sistematicamente smantellato?

 Prima di tutto bisogna restituire alla persona una cosa fondamentale: la possibilità di sentirsi nuovamente creduta. Quando per molto tempo qualcuno ti dice che non vali, che sei incapace, che sei tu il problema, lentamente inizi a guardarti con gli occhi di chi ti sta facendo del male. Nel counseling si può lavorare per ricostruire progressivamente quella voce interiore che è stata soffocata. Non attraverso grandi dichiarazioni, ma attraverso piccoli atti di autonomia: scegliere, dire no, riconoscere un bisogno, riprendere un’amicizia, tornare a fare qualcosa che ci piace. L’autostima non si ordina. Si ricostruisce attraverso esperienze concrete nelle quali la persona torna a percepire il proprio valore. E c’è una cosa che vorrei sottolineare: essere rimaste in una relazione abusante non significa essere responsabili dell’abuso.

…Dobbiamo insegnare ai ragazzi una cosa fondamentale: provare un’emozione non significa avere il diritto di agire qualsiasi comportamento.

Si parla molto di educazione affettiva. Cosa manca oggi per sviluppare un’autentica alfabetizzazione emotiva che prevenga il possesso e la violenza?

Dobbiamo insegnare ai ragazzi una cosa fondamentale: provare un’emozione non significa avere il diritto di agire qualsiasi comportamento. Posso essere geloso, arrabbiato, deluso, terrorizzato dall’idea di essere lasciato. Ma l’emozione è mia e devo imparare a gestirla. Non posso trasformarla in controllo dell’altro. L’educazione affettiva dovrebbe insegnare a riconoscere le emozioni, comunicare, accettare un rifiuto, rispettare i confini, comprendere il consenso e soprattutto accettare che l’altra persona non ci appartiene. Abbiamo bisogno di insegnare che amare non significa possedere. Significa anche saper lasciare libero l’altro.

A volte chi sta accanto a una persona in difficoltà intuisce che qualcosa non va, ma non sa come intervenire. Qual è il ruolo della rete sociale circostante e come si può offrire un aiuto concreto senza risultare invasivi?

 La rete può salvare una persona dalla solitudine, ma deve imparare ad ascoltare senza giudicare. Dire a una donna “perché non lo lasci?” può sembrare una frase semplice, ma spesso non tiene conto della complessità psicologica, economica e familiare nella quale quella donna si trova. È molto più utile dire: “Io sono qui. Ti credo. Se avrai bisogno, non sarai sola”. Poi, quando esistono segnali concreti di pericolo, bisogna coinvolgere le persone e i servizi competenti. Non bisogna improvvisarsi terapeuti, investigatori o salvatori. A volte aiutare significa semplicemente non sparire. Essere quella persona che continua a esserci anche quando l’altra non è ancora pronta a fare il passo che noi vorremmo.

Nel suo percorso professionale lei affronta da vicino anche il tema dell’elaborazione del lutto e del trauma. Come si accompagnano le persone colpite da una tragedia così devastante come un femminicidio?

 Un femminicidio non distrugge soltanto la vita della vittima. Produce una frattura profonda anche nella famiglia, nei figli, negli amici e in tutta la comunità che rimane.

Davanti a un trauma di questa portata non bisogna avere la pretesa di trovare subito una spiegazione o una soluzione. Prima bisogna esserci. Il dolore deve poter essere espresso: la rabbia, il senso di colpa, l’incredulità, la paura, persino il desiderio di non parlare. Poi, con il tempo e con il supporto adeguato, si può iniziare a ricostruire. Elaborare un lutto non significa dimenticare chi non c’è più. Significa riuscire, lentamente, a fare in modo che quella perdita non cancelli completamente la possibilità di vivere. E nei traumi più gravi è fondamentale che il counseling lavori in collaborazione con le figure sanitarie e psicologiche competenti.

A una donna che si sente in trappola e a un uomo che sente di non saper gestire la fine di una relazione o la rabbia, cosa direbbe loro in questo momento?

 Alla donna direi: non aspettare di essere completamente distrutta per chiedere aiuto. Se qualcosa dentro di te ti dice che non stai vivendo una relazione sana, ascoltalo. Non devi avere già tutte le risposte. Il primo passo può essere semplicemente parlare con qualcuno di cui ti fidi e cercare un aiuto qualificato.

All’uomo direi: la fine di una relazione può fare malissimo, ma il dolore non ti dà il diritto di fare del male. Puoi essere arrabbiato, disperato, deluso. Puoi anche sentirti perso. Ma puoi scegliere cosa fare di quelle emozioni. La vera forza di un uomo non è riuscire a trattenere una donna che vuole andare via. È riuscire ad accettare la sua libertà senza trasformare il proprio dolore in violenza. E a entrambi direi una cosa che considero centrale nel mio lavoro: non dobbiamo aspettare di essere arrivati al limite per chiedere aiuto. A volte chiedere aiuto è proprio il modo con cui iniziamo a tornare a noi stessi.

Patrizia Faiello

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