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Scrittore, giornalista, direttore responsabile, attore, cantante, artista e volto televisivo. A Cash or Trash gli sono bastati pochi secondi per presentarsi e regalare uno dei momenti più ironici della puntata: «Insomma, una star!». Una frase rimbalzata sui social che racconta bene il personaggio, ma forse molto meno l’uomo. Perché Simone Di Matteo con la televisione ha sempre avuto un rapporto particolare: arriva, dice quello che pensa, fa sorridere e difficilmente passa inosservato. Ma dietro la “star” chi c’è davvero?

«Mi chiamo Simone, ho 41 anni. Nella vita sono uno scrittore prima di tutto, un giornalista, il Direttore Responsabile di una testata, ho fatto l’attore, il cantante… insomma, una star!».

È bastato questo per capire che Simone Di Matteo a Cash or Trash – Chi offre di più? non sarebbe passato inosservato. Tra autoironia, una buona dose di faccia tosta e quella naturale predisposizione alla battuta che il pubblico televisivo aveva già imparato a conoscere, Di Matteo è stato tra i protagonisti della puntata speciale andata in onda giovedì 24 settembre sul NOVE. E quella “star” pronunciata con la serietà di chi, in realtà, sta prendendo in giro soprattutto se stesso è immediatamente rimbalzata sui social, suscitando commenti e sorrisi.

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Lo aveva già dimostrato a Pechino Express, dove al fianco dell’amica Tina Cipollari aveva formato la coppia degli “Spostati”, arrivando fino alla finale. Due caratteri forti, una complicità evidente e un’ironia che aveva permesso anche a Di Matteo di conquistarsi uno spazio personale accanto a una delle personalità televisive più ingombranti e riconoscibili del piccolo schermo. Ma Simone funziona anche da solo. Forse perché il suo tempo televisivo è scandito dalla spontaneità. Dice ciò che pensa, spesso prima ancora di domandarsi se ciò che pensa possa piacere. Una caratteristica che può renderlo divisivo, talvolta impopolare, ma difficilmente banale. Ironico con gli altri e ancora di più con sestesso, Di Matteo negli anni ha attraversato scrittura, giornalismo, televisione, cinema, musica e arte senza preoccuparsi troppo di entrare in una definizione. E allora abbiamo deciso di partire proprio da lì. Dalla “star”. Per scoprire chi si nasconde dietro.

Simone, dobbiamo necessariamente cominciare da quella presentazione: «Insomma, una star!». Ma tu ti senti davvero una star?

«Ma assolutamente no! Ed è proprio questo il motivo per cui l’ho detto. Se davvero mi considerassi una star sarei da ricovero immediato. Mi divertiva l’assurdità dell’elenco: scrittore, giornalista, direttore, attore, cantante… a un certo punto mancava soltanto astronauta. Quindi ho pensato: va bene, facciamola breve, una star! Il fatto che la frase abbia fatto sorridere mi diverte moltissimo, perché significa che è arrivato esattamente il senso con cui l’ho pronunciata.»

Eppure in quell’elenco c’è tutto. Qual è il vero Simone Di Matteo?

«Lo scrittore. Quello viene prima di tutto e non è un caso che l’abbia detto anche a Cash or Trash. Tutto il resto è arrivato dopo. Ho fatto tante cose perché sono curioso e perché mi annoio facilmente. Ho sempre avuto bisogno di sperimentare. Però la scrittura rimane casa mia. Anche quando faccio televisione, recito o creo un’opera, in qualche modo sto sempre raccontando qualcosa.»

Con la televisione, però, hai un rapporto curioso. Non sei costantemente in video, eppure quando torni riesci quasi sempre a lasciare il segno.

«Forse proprio perché non vivo con l’ossessione di esserci. Mi piace la televisione, mi diverte e credo anche di cavarmela, ma non sono disposto a fare qualsiasi cosa pur di apparire. Quando ci sono voglio divertirmi, dire quello che penso e possibilmente aggiungere qualcosa. Anche una risata va benissimo. Anzi, oggi far sorridere senza essere volgari o costruiti credo sia molto più difficile di quanto sembri.»

A Pechino Express eri accanto a Tina Cipollari. Stare televisivamente vicino a Tina significa rischiare di scomparire. Tu, invece, riuscisti a ritagliarti il tuo spazio.

«Perché non ho mai cercato di competere con Tina. Sarebbe stato ridicolo. Tina è Tina, ha un linguaggio televisivo tutto suo ed è una macchina da guerra. Il nostro punto di forza era proprio la differenza. Io non dovevo diventare Tina e lei non doveva diventare me. Ci conoscevamo profondamente, sapevamo quando provocarci e quando proteggerci. La nostra complicità era reale e credo che il pubblico lo abbia percepito.»

Quindi nessuna lotta per rubarsi la scena?

«Ma figurati! Con Tina la scena non si ruba: al massimo si sopravvive! E poi io non ho mai avuto l’ansia del primo piano. Se sei interessante, prima o poi la telecamera ti trova. Corrergli dietro è il modo migliore per risultare disperati.»

Questa volta, invece, eri da solo. Ti piace di più?

«Sono due cose completamente diverse. Con Tina esiste un meccanismo quasi automatico, fatto di anni di conoscenza, provocazioni, affetto e follia. Da solo emerge probabilmente di più il mio carattere. Però non preparo un personaggio prima di entrare in studio. Sono quello che sono. Magari alzo un po’ il volume, perché la televisione ha un suo linguaggio, ma non interpreto Simone Di Matteo.»

E chi è Simone Di Matteo in televisione?

«Uno che rischia di dire la cosa sbagliata nel momento giusto! (ride, ndr). Scherzi a parte, credo di avere un difetto che in televisione può diventare anche un pregio: faccio molta fatica a fingere. Se qualcosa mi piace si vede. Se non mi piace, purtroppo, si vede ancora di più.»

Il tuo “tempo televisivo”, quindi, è quello della verità?

«Sì, ma non intendo la verità con la V maiuscola. Non penso di possederla. Intendo la mia verità in quel momento. Preferisco dire sinceramente quello che penso e magari risultare antipatico piuttosto che costruire una risposta pensando a ciò che potrebbe piacere al pubblico. Non sono mai stato bravo a essere accomodante.»

E questo qualche volta ti è costato?

«Certamente. Ma mi sarebbe costato molto di più guardarmi dopo e pensare: “Quello non ero io”. Essere popolari a tutti i costi non mi interessa. E poi c’è una cosa che trovo insopportabile: quelli che vogliono essere trasgressivi soltanto quando sanno che il pubblico applaudirà. Quella non è trasgressione, è marketing.»

Sei consapevole di essere un personaggio, per certi versi, piuttosto iconico?

«Iconico mi fa già ridere. Tra poco mi mettete in una teca! Però capisco cosa intendi. Credo di essere riconoscibile. Nel bene e nel male non assomiglio molto ad altri personaggi televisivi, forse perché non ho mai costruito una strategia precisa per diventarlo. Non ho pensato: “Adesso devo essere irriverente”. Lo sono. Non ho deciso di essere ironico. È il mio modo di sopravvivere alle cose.»

Ti prendi spesso in giro. È un modo per anticipare gli altri?

«Anche. Se conosco perfettamente i miei difetti, diventa molto difficile utilizzarli per ferirmi. L’autoironia è una forma di libertà. Io posso prendermi tremendamente sul serio quando lavoro, ma non prendo troppo sul serio il personaggio. Sono due cose diverse. Il giorno in cui dovessi entrare in una stanza aspettandomi che tutti si alzino perché è arrivato Simone Di Matteo, vi autorizzo a chiamare qualcuno.»

Eppure hai fatto davvero tante cose. Scrittore, giornalista, direttore, attore, cantante, artista…

«Sì, detta così torno a essere una star!. Ma dietro quell’elenco ci sono soprattutto tentativi, errori, cose riuscite e altre meno. Non mi vergogno di aver provato. Abbiamo questa strana abitudine di voler definire le persone attraverso un’unica professione. Io non ci riesco. Sono curioso. Se qualcosa mi affascina voglio capire se sono capace di farla.»

C’è anche l’arte, oggi, con il progetto Relitti. È forse il lato meno pop di te?

«Forse è quello più silenzioso. In televisione uso molto la parola, nell’arte posso finalmente stare zitto. E non è poco! Relitti nasce dal mare, dagli oggetti e dai materiali che restituisce. Mi interessa quello che rimane dopo che qualcosa ha perso la propria funzione originaria. In fondo credo che racconti molto anche di me.»

Torniamo alla televisione. Cosa manca oggi a Simone Di Matteo per tornarci in maniera più continuativa?

«Una proposta che mi diverta davvero. Non sogno la televisione per il gusto di vedermi in televisione. Vorrei un contesto nel quale poter essere utile al racconto, discutere, ironizzare, magari anche litigare se serve, ma senza costruire finte dinamiche. Credo di poter dare molto in un programma nel quale le opinioni abbiano ancora peso.»

Un opinionista scomodo?

«Preferisco un opinionista libero. “Scomodo” sembra uno che entra in studio con l’obiettivo di creare problemi. Io non cerco lo scontro. Ma se mi chiedi cosa penso, poi devi accettare il rischio che io te lo dica davvero.»

E dietro la star, alla fine, cosa troviamo?

«Una persona molto più semplice di quanto possa sembrare. Anche fragile, sicuramente contraddittoria, spesso insicura. Uno che pensa tantissimo, forse troppo, e che utilizza l’ironia anche per alleggerire se stesso. La star è una battuta. Simone è tutto quello che rimane quando la battuta è finita.»

Quindi possiamo definitivamente archiviare la star?

«No, per carità. Adesso che finalmente l’ho detto in televisione voglio essere chiamato così anche al supermercato!»

Kevin Dellino

 

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