- start adv -   - end adv -
- adv -

Voce storica del panorama musicale italiano, cantautore e componente del celebre gruppo O.R.O. (Onde Radio Ovest), con cui ha firmato e interpretato successi indimenticabili come Vivo per lei, Valerio Zelli ha da sempre intrecciato la sua arte a una profonda sensibilità umana.

Parallelamente all’attività concertistica e al suo impegno nella formazione didattica con la sua accademia di canto, Zelli è da tempo in prima linea in progetti a forte impatto sociale. Tra questi spicca Cantare in Libertà, un’iniziativa ideata per portare la musica e la recitazione all’interno degli istituti di pena, offrendo ai detenuti un percorso di riabilitazione emotiva, espressiva e umana.

A coronamento del suo costante impegno sul campo tra arte e solidarietà, Zelli è stato recentemente nominato Ambasciatore dell’ACSI (Associazione di Cultura Sport e Tempo Libero), riconoscimento che ne testimonia il valore come artista e come uomo al servizio della comunità. Dall’importante iniziativa “Cantare in Libertà”, nata per offrire ai detenuti un’opportunità di crescita personale, emotiva e spirituale attraverso la musica e il teatro, è nato il singolo “Tra Angeli e Demoni”, inciso nella Casa Circondariale di Foggia e a cui hanno preso parte quattordici detenuti. Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo per i nostri lettori: ecco cosa ci ha raccontato.

- start adv - - end adv -

 

Innanzitutto, benvenuto tra le pagine di DiTutto, Valerio. Alla luce della tua esperienza umana e professionale nel progetto “Cantare in Libertà”, quali sentimenti hai potuto riscontrare da parte dei detenuti, grazie alla fiducia che hai dato loro con questa iniziativa?

Grazie a te, Patrizia, per questo spazio di approfondimento. In definitiva la musica accende un faro sui sentimenti e sulle emozioni che, a prescindere dal luogo in cui ti trovi a viverli, restano sempre tali: l’amore è amore, l’odio è odio, il bene è bene e il male è male. In questo caso, Tra angeli e demoni ha coinvolto emotivamente proprio i ragazzi. Hanno affrontato questa esperienza come se fosse la cosa più importante della loro vita, perché avevano il desiderio di dire ed esprimere ciò che sentono davvero dentro. È normale che tutto questo sia stato per loro un’iniezione di grandissima fiducia, perché ci si sente finalmente considerati. Credo che il male di tutti sia quello di non essere visti. Là dentro si ha la certezza di non essere visti; quindi, quando arriva qualcuno che ti nota e ti propone persino di inciderlo in un disco, l’occasione viene colta come unica. Devo dire che, in questo senso, hanno messo in gioco tutto il bagaglio emotivo possibile e immaginabile della loro vita, riuscendo a esprimere al meglio il loro sentire sia nei brani cantati per il progetto, sia nel saggio finale.

Tutti combattiamo le nostre battaglie quotidiane attraverso le scelte che facciamo, grandi o piccole che siano. Che rapporto hai con il perdono? Pensi sia più difficile perdonare se stessi o gli altri?

Credo si tratti di due tipi di perdono diversi, ma ugualmente difficili. Perdonare gli altri significa riuscire a superare uno stato emotivo ferito, soprattutto quando chi ti ha fatto del male è andato a colpire la parte più bella e intima di te. Perdonare se stessi, invece, è complesso perché con noi stessi non si può barare: possiamo raccontarcela o raccontarla agli altri, ma ciò che sappiamo essere stato sbagliato, non bello né giusto, lo sentiamo dentro in modo ineludibile. A questo proposito, mi piace sempre ricordare ciò che diceva Freud: per imparare a perdonare noi stessi dovremmo iniziare a perdonare i nostri genitori. È una frase che la dice lunga. A volte, infatti, si può far del male pur volendo fare del bene, senza che un genitore se ne renda conto, spinto proprio dall’amore. Ma quel “troppo amore” rischia di togliere risorse al futuro adulto che quel bambino diventerà e che, magari, potenziale replicante, potrebbe commettere lo stesso errore con i propri figli. In conclusione, il percorso del perdono forse deve partire proprio da noi stessi: imparare a perdonare noi stessi per poter, poi, perdonare gli altri.

Come uomo hai incontrato inizialmente difficoltà a relazionarti con altri uomini privati della libertà per aver commesso reati gravi?

No, sinceramente non ho provato alcun tipo di imbarazzo. Ho scelto di entrare in un luogo di reclusione forte della mia libertà, mentre loro hanno accolto consapevolmente un uomo che la vive, la vede e la pensa in questo modo, ben sapendo di essere stati privati della propria perché hanno leso quella altrui. Il cuore di questo progetto sta proprio qui: nell’incontro tra queste due realtà. La persona libera incontra chi non lo è e cerca di costruire un ponte attraverso la musica e le emozioni, che generano una libertà interiore e un equilibrio tra il dare e il ricevere. È in quel momento che si accende il riflettore dove serve davvero. È un’opportunità che fa riflettere su certi comportamenti che provocano soltanto disastri, dolore e privazione. Chi si trova all’interno lo vive sulla propria pelle, mentre chi viene da fuori percepisce questa realtà e comprende quale grande fortuna sia anche il semplice potersi annoiare a casa per propria scelta. Per questo non è stato difficile relazionarmi con loro: l’ho voluto fortemente, anche per ricordare a me stesso quanto sia preziosa la mia libertà.

E in loro hai mai percepito, invece, la paura del tuo giudizio?

In ognuno di loro l’ho percepita quasi sempre. Chi si trova in quella condizione teme il giudizio altrui, e in questo caso si tratta di un timore duplice. Da un lato c’è la paura del giudizio umano, il timore che chi entra nella casa di reclusione possa pensare al reato o al delitto che la persona ha commesso. Dall’altro c’è il giudizio del professionista che s’intende di musica: subentra così il desiderio di cantare bene per dimostrare di esistere, di valere e di mostrare che c’è del bello e del buono anche in loro. Non avendo quasi nessuno di loro un’esperienza previa con il canto, subentra la paura di cimentarsi in qualcosa che non appartiene al proprio bagaglio. Ci si sente inevitabilmente un po’ goffi e inopportuni, ma con la speranza di superare la prova. Se ci pensi bene Patrizia, anche quella è una scintilla che può accendere una fiamma. Ed è proprio ciò che ci interessa: una luce che, attraverso un percorso introspettivo, permetta a ciascuno di comprendere, incontrare e far emergere la parte migliore di sé, quella capace di creare ed esprimere bellezza.

Progetti futuri?

I progetti futuri sono tanti. Stiamo valutando la realizzazione di un nuovo progetto in un altro carcere italiano, in parallelo a questo.Nel frattempo, sto finendo di registrare i brani inediti che usciranno tra settembre e ottobre per il mio nuovo percorso discografico — un progetto che non ho mai abbandonato, ma solo messo momentaneamente in pausa per lavorare in studio. In questo periodo siamo in tour in giro per le piazze d’Italia. Prosegue inoltre l’attività della mia accademia di canto, che accoglie tanti allievi e mi regala immense soddisfazioni: accompagnare nella crescita ragazzi e adulti, secondo la mia visione della musica e della didattica vocale, è un’esperienza davvero gratificante. E poi, come accade sempre nella vita, ci saranno sicuramente altre novità in arrivo.

Patrizia Faiello

- start adv -   - end adv -