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C’è un mestiere che sta a metà strada tra la moda e la progettazione tecnica, e che quasi nessuno racconta. Riguarda le persone che ogni giorno incontriamo al lavoro: chi ci consegna la chiave della camera, chi ci accompagna in cabina in un centro benessere, chi prepara un cocktail dall’altra parte del bancone. Tutte indossano qualcosa che qualcuno ha dovuto disegnare, e che deve funzionare in condizioni molto più severe di quelle di un abito normale.

Le dimensioni del terreno di gioco sono considerevoli. In Italia l’Istat censisce 32.943 esercizi alberghieri per oltre 2,28 milioni di posti letto, la Fipe conta 127.667 bar e stima in 5,6 miliardi le visite annue, mentre il Global Wellness Institute valuta il comparto italiano delle spa attorno a 4,8 miliardi di dollari e il turismo del benessere a circa 20 miliardi, con 11,5 milioni di viaggi. Sono mondi che dall’esterno sembrano simili e che dal punto di vista di chi progetta una divisa non hanno quasi nulla in comune. Maurel, azienda famigliare nata nel 1975 vicino Milano e oggi con sede a Robbio, in provincia di Pavia, lavora su tutti e cinque: hotel, ristorazione, spa, case private, yacht e jet privati.

L’hotel, dove i reparti sono dieci e devono sembrare uno

Il progetto più complesso è quello alberghiero, perché non riguarda una divisa ma un sistema. Le figure che l’azienda copre sul fronte hotel sono maitre, sommelier, cameriere, barman, chef, doorman, concierge, receptionist, housekeeping e bellboy: dieci mestieri che condividono l’edificio e non le condizioni di lavoro.

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Il caso più istruttivo è la reception, perché è il reparto in cui il capo lavora da fermo. Chi sta al front office passa il turno prevalentemente immobile, in piedi o seduto dietro un banco, e il tessuto resta compresso nelle stesse pieghe per ore. Maurel dichiara di rispondere con lane ad alta torsione e tessuti anti piega trattati specificamente, escludendo i materiali “sensibili a lucido e pieghe”, e di progettare secondo un criterio che chiama ergonomia statica, orientato a garantire “impeccabilità posturale”. Sul piano costruttivo compaiono dettagli che l’ospite non vedrà mai, come gli spacchi posteriori studiati e le gonne con fodere elastiche, e dettagli invece pensati per essere visti, come ricami e stampe ispirati ad affreschi e greche architettoniche o il coordinamento affidato a twilly e foulard. La prova dei capi, precisa l’azienda, avviene con il fitting condotto dalle operatrici esperte interne.

La spa, quattro figure e una sola atmosfera

Nel centro benessere il numero di ruoli si riduce ma la distanza tra loro resta ampia. Maurel lavora su quattro figure: SPA manager, therapist, personal trainer e massaggiatore.

Il manager è la figura di rappresentanza, e il sito lo dice in modo diretto: “un manager che cura il proprio aspetto riflette la professionalità dell’intero centro benessere”. Il therapist ha invece bisogno di un capo che si accordi all’ambiente in cui lavora, perché opera in cabine progettate nei minimi dettagli e un abito fuori registro rompe l’atmosfera che il cliente ha pagato. Per il massaggiatore l’obiettivo dichiarato è abbinare la praticità della divisa a un tocco di stile, con la praticità in prima posizione: si lavora tra oli, calore e umidità, piegati su un lettino.

Il personal trainer è il caso opposto. Sul sito la formula è “qualità e resistenza della divisa permettono al personal trainer di svolgere il proprio lavoro in totale comfort”, e l’ordine delle parole conta: nell’area fitness il capo affronta sudore, allungamenti ripetuti sulle stesse cuciture e cicli di lavaggio molto più frequenti che altrove. Il costo di una divisa, in quel reparto, non si misura sul prezzo ma sui mesi in cui resta presentabile.

Il bancone, dove la divisa diventa un capo tecnico

Al bar la questione si sposta ancora, e diventa quasi ingegneristica. Il gilet, indica l’azienda, è “il capo di abbigliamento più utilizzato e iconico per questa figura”, perché lascia libere le braccia e struttura la parte del corpo che il cliente vede davvero, cioè il busto sopra il bancone.

Gli accessori che sembrano decorativi hanno funzioni precise. I reggimaniche servono a tenere i polsini “lontani dai liquidi e garantire pulizia durante il servizio”, che è il modo per risolvere alla radice il problema di una manica che si inzuppa nella prima mezz’ora e resta bagnata per tutto il turno. Sul tessuto, Maurel dichiara di cercare materiali che garantiscano “autorevolezza, stabilità nel tempo e facilità di gestione”, durevoli e poco sensibili allo stress dello sfregamento continuo contro il bancone, capaci di sopportare lavaggi frequenti e di lasciare libertà nei gesti tecnici di shaking e stirring. Anche qui il criterio dichiarato è progettuale: le divise dialogano con lo stile architettonico del locale e con materiali come ottone, marmo, legno o pelle, e seguono il passaggio da una “palette più chiara diurna a una più profonda serale”.

I mondi meno visibili e il metodo che li tiene insieme

Accanto a hotel, ristorazione e spa, l’azienda indica altri tre ambiti: case private, yacht e jet privati. Sono contesti su cui il sito non entra nel dettaglio, ma che condividono una caratteristica evidente, cioè un numero ridottissimo di persone da vestire e un livello di attenzione al dettaglio proporzionalmente alto.

Il filo che attraversa tutti questi mondi è una scelta industriale dichiarata senza sfumature: “non proponiamo un catalogo standard, creiamo solo collezioni pensate appositamente per ciascun cliente, uniche, personalizzate e 100% made in Italy“. Il percorso comincia con un test interattivo che genera una moodboard personalizzata, uno strumento che serve a costruire un linguaggio comune prima che venga tagliato qualsiasi tessuto, cioè nel momento in cui correggere costa ancora poco.

La capacità di lavorare così ha una storia lunga. Maurel comincia nel 1975 con le uniformi per la scuola, disegnate e cucite da Maurizia Capritti, moglie del fondatore Ermanno; nel 1984 gli abitini scolastici lasciano posto agli abiti professionali per il personale d’hotel; dal 1995 l’azienda è guidata dalla figlia Sara Capritti, che di quelle divise era stata la modella da bambina e che nel 2010 vi porta la formazione ricevuta nelle migliori scuole di moda milanesi. Dal 2018 i modelli vengono indossati anche da avatar digitali, e la cronologia aziendale registra nel 2025 lo sviluppo di progetti con l’intelligenza artificiale.

Resta il punto di partenza, valido in tutti e cinque i settori: una divisa professionale non è un capo che si sceglie, ma un capo che deve funzionare per centinaia di ore addosso alla stessa persona, davanti a clienti che quella persona la guardano da vicino. È la differenza, poco visibile e molto concreta, tra comprare un’uniforme e progettarla.

 

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