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Dal trionfo a Sanremo alle nuove sperimentazioni sonore, il cantautore salentino si racconta a Ditutto.it tra radici profonde, collaborazioni d’eccellenza e la continua ricerca della verità nella musica.

In un panorama musicale in costante e frenetica evoluzione, ci sono artisti che scelgono di non smarrire la bussola, ancorando la propria ricerca artistica a ciò che è autentico, vivo e profondo. Antonio Maggio torna a far sentire la sua voce con “Radici”, un brano viscerale che vede la straordinaria partecipazione dei Sud Sound System e del flautista ecuadoriano Leo Rojas.

Un incontro tra mondi, culture e sonorità che profumano di terra, memoria e appartenenza. Lo abbiamo incontrato per fargli qualche domanda su questa nuova avventura e sul suo percorso artistico.

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Antonio, “Radici” è un brano potente, un vero e proprio inno all’appartenenza. Come nasce l’esigenza di raccontare il legame con la propria terra proprio in questo momento storico?

Nasce come una presa di coscienza, dalla consapevolezza che le radici non devono essere interpretate semplicemente come un qualcosa che ci tiene legati a un territorio, quanto piuttosto come qualcosa che, aldilà della geografia, ci sostiene in qualsiasi parte del mondo ci troviamo e in qualsiasi fase della nostra vita. Mi piace pensare alle radici come a qualcosa che germoglia dentro di noi da un rifornimento di sensazioni, emozioni, profumi, paesaggi e suoni fatto in tenera età e che ci portiamo per sempre dentro. E più ci allontaniamo dalla nostra terra d’origine, più queste radici germogliano in noi.

In questo singolo si incrociano tre anime diverse: la tua scrittura cantautorale, l’inconfondibile energia raggamuffin dei Sud Sound System e le atmosfere mistiche del flauto di Leo Rojas. Com’è nata questa alchimia in studio?

É proprio questa commistione il segreto ma anche forse il punto di forza di “Radici”. La canzone in realtà l’ho scritta quasi tre anni fa, e come tutte le canzoni che scrivo non era nata con una predisposizione a dei featuring. Poi l’ho lasciata maturare nel famoso cassetto in cui ogni cantautore fa decantare le proprie canzoni, e più passava il tempo più mi rendevo conto che questa canzone aveva bisogno di palesare sempre di più le radici cantate. Come farlo mi è venuto facile: i Sud Sound System rappresentano da sempre la massima espressione delle radici salentine, quindi il loro intervento finale in dialetto rappresenta simbolicamente un ritorno alle proprie origini; Leo Rojas, invece, è stato una meravigliosa sorpresa per me, perché pur non conoscendoci personalmente, ha accettato immediatamente il mio invito, impreziosendo la canzone col suono ancestrale del suo flauto di pan, anch’esso massima espressione delle sue radici ecuadoriane, che porta in ogni angolo del mondo con i suoi concerti. Inoltre, lo ringrazio anche per l’omaggio fatto al Salento, costruendo appositamente il flauto di pan suonato in “Radici” con il legno degli ulivi del Salento, martoriati come purtroppo sappiamo dal virus della xylella.

Il Salento non è solo un luogo geografico, ma uno stato d’animo. Quanto ha inciso la tua terra nella formazione del tuo gusto musicale e nella tua sensibilità di autore?

Sicuramente tanto. D’altronde parliamo della terra, quella salentina ma più in generale quella pugliese, che ha dato i natali a una fetta importante di musica italiana. Evidentemente queste “radici” che ci portiamo dentro, per rimanere in tema, sono piuttosto profonde e sensibili…

Facciamo un piccolo salto indietro: la vittoria a Sanremo Giovani ha segnato una tappa fondamentale del tuo percorso. Guardando indietro a quel momento con la maturità di oggi, cosa diresti all’Antonio di allora?

Senza ombra di dubbio la vittoria a Sanremo nel 2013 ha sancito inevitabilmente l’inizio del mio percorso artistico. Fino a quel momento ero un giovane ragazzo pieno di sogni e di speranze, e vincere il Festival di Sanremo aiuta sicuramente a realizzarne una buona parte. Più che all’Antonio di allora, il consiglio che molto umilmente mi sento di dare anche a tutti i giovani che si approcciano oggi alla musica, è quello di crearsi una propria identità musicale e sostenerla fino in fondo, senza badare a mode del momento o a consigli molto commerciali e poco artistici. Rimanere fedeli a se stessi e a quello che fa sentire artisticamente realizzati, credo sia il segreto di tutto.

Negli ultimi anni la discografia è cambiata tantissimo, tra algoritmo e fruizione “fast”. Come riesce un cantautore a proteggere la propria identità senza farsi travolgere dalle mode del momento?

Come sopra: forse con la risposta precedente ho anticipato anche la risposta a questa domanda. L’autenticità credo che nel tempo paghi sempre sulla lunga distanza, proprio perché questa fruizione “fast” che ci impongono oggi i media va in antitesi con ogni tipo di percorso di crescita, quindi anche musicale. Il mio augurio é che i più giovani oggi non si facciano troppo influenzare da tutto ciò che il sistema ci impone, ma che riescano piuttosto a individuare la propria strada in maniera intima, indipendente e artisticamente gratificante.

C’è un filo conduttore che unisce le tue prime produzioni a “Radici”, oppure senti di essere diventato un musicista completamente diverso?

Credo che ci sia sempre un nesso tra tutto ciò che facciamo. Anche l’evoluzione artistica é il risultato di un percorso, e senza le scelte fatte in passato non faremmo quelle di oggi. Poi, per carità, ci sono anche delle fasi in cui chi scrive canzoni predilige una maggiore intimità espressiva oppure altre in cui c’è magari un’approccio diverso, come nel mio caso più facilmente identificabile ad esempio con un linguaggio più ironico. Ma restiamo sempre noi, con le dovute differenze dei momenti.

Oltre alla promozione di questo singolo, cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi? C’è già un progetto più ampio all’orizzonte o un tour in vista?

“Radici” è soltanto una delle canzoni che hanno visto e vedranno la luce in questo 2026, una serie di canzoni che a me piace definire “biologiche”, nel senso lato del termine, canzoni di cui è sano parlare. E poi tantissimo live: oltre alle mie canzoni, sto già portando in giro uno spettacolo teatrale dal titolo “Ed io avrò cura di te”, con il testo scritto da Paolo Logli e in collaborazione con la Cei, che pone l’accento su quanto sia importante salvaguardare i bambini da ogni forma di abuso e violenza, uno spettacolo molto coraggioso per più motivi che vi invito a venire a vedere.

Kevin Dellino

 

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