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C’è una linea sottile – pericolosa e irresistibile – che separa il genio dalla figuraccia. Max Boccasile dice di viverci sopra da sempre, come fosse una condizione naturale dell’esistenza. Comico per istinto, conduttore per disciplina, narratore per necessità, Boccasile è una delle voci più riconoscibili dell’etere pugliese: al timone con Carlo Maretti di Quasi Pomeriggio Norba su Telenorba e conduttore del programma Voce al Bari su Radionorba con Michele Salomone, oggi firma anche il libro L’arte della figura di M., un’opera che trasforma le cadute in materia narrativa e le “figure di merda” in strumento di riscatto culturale. In questa intervista si racconta senza rete, oscillando tra autoironia e riflessioni profonde, con quella cifra stilistica che lo contraddistingue: destabilizzare, sorprendere, spostare sempre un passo più in là il punto d’equilibrio.

«La comicità? Come respirare sott’acqua»

«È come chiedere a un pesce cosa l’ha spinto a respirare sott’acqua». Boccasile parte da qui. Non c’è stato un momento preciso, un’illuminazione, una scelta consapevole. C’è stato piuttosto un istinto primordiale.

Gli inizi nel teatro “impegnato” gli stavano stretti. Non per mancanza di rispetto verso il genere, ma per una necessità personale: «Mi piaceva distruggere la storia». L’idea che lo spettatore sappia già dove sta andando un racconto lo annoia. Lui vuole portarlo altrove, in territori inattesi, vivere quella sospensione in cui chi guarda non sa se chi ha davanti è un genio, un folle o qualcuno che lo sta prendendo in giro. È in quella zona grigia che Boccasile si sente vivo.

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IL CAOS COME PALESTRA

Prima ancora della televisione, è stato il contatto diretto con la gente a formarlo. «Credo di aver imparato di più facendo il commesso che lavorando dietro una telecamera».

Per lui la tv rappresenta l’apoteosi del programmato; la vita, invece, è il regno del caos. E nel caos ama lanciarsi «di faccia». È lì che si muove su quella linea sottilissima che divide il colpo di genio dalla caduta fragorosa.

Non ha mai vissuto la comicità come un mestiere nel senso tradizionale. La battuta non la cerca: «È la battuta che travolge me. Io ho solo imparato a scansarmi per farla piombare su chi mi ascolta». Il fatto che oggi sia il suo lavoro lo considera un privilegio temporaneo, quasi un debito verso quella combinazione genetica e casuale che lo ha reso ciò che è.

LA DISCIPLINA DIETRO L’ANARCHIA

Condurre quotidianamente un programma come Quasi Pomeriggio Norba potrebbe generare pressione. Per lui, invece, «la diretta è una fumata di sigaretta».

Certo, c’è stata una disciplina quasi militare da imporsi, una comprensione dei confini entro cui muoversi. Ma una volta assimilato il metodo, la libertà torna sovrana. «Non ho mai fatto due puntate uguali», dice con orgoglio. Il “numero” può nascere in qualsiasi momento.

Il Max conduttore, in fondo, è solo uno dei personaggi del Max comico. Anche quando dovrebbe restare serio, l’ironia rischia di tradirlo. E quell’equilibrio precario, più che spaventarlo, lo diverte.

LA RADIO: VOCE, DIAFRAMMA, VERITA’

La radio è casa. È «il caminetto acceso», la coperta sotto cui dormire sereno.

Raccontare una partita del Bari, ammette con sarcasmo, oggi non è esattamente un’esplosione di ritmo. Ma la radiocronaca resta un esercizio tecnico e emotivo potentissimo: «Amo portare il diaframma a profondità che nemmeno Enzo Maiorca ha mai raggiunto».

La radio gli offre qualcosa che la televisione non può garantire: l’assenza di pregiudizio visivo. «Puoi essere calvo, grasso, ripugnante. Conta solo l’emozione che riesci a trasmettere con la voce. E con i silenzi».

Accanto a lui, una figura come Michele Salomone – esempio vivente di determinazione e amore per il mestiere – rafforza l’idea che il talento non sia solo dono naturale, ma anche sfida continua ai propri limiti.

IL LIBRO: TRASFORMARE LE CADUTE IN RACCONTO

Con L’arte della figura di M. Boccasile compie un passo ulteriore. Si espone non solo come personaggio pubblico, ma come uomo.

L’idea nasce da una provocazione: «Quando ho letto l’ennesimo libro comico che non faceva ridere».

Più che una critica, la sua è una riflessione sul linguaggio. I libri sono strumenti democratici, ma spesso utilizzano codici che non tutti possiedono. «La scrittura la devi capire per recepire il messaggio. Se non la capisci, la abbandoni».

Da qui la scelta: scrivere qualcosa che potesse arrivare anche a chi non ha avuto mezzi culturali importanti. Anche a chi, dice provocatoriamente, «ha il battesimo come titolo di studio». Perché leggere non deve essere un atto elitario, ma un’esperienza accessibile, persino liberatoria.

Scrivere, però, si è rivelato più difficile che andare in scena. Il palco è pianificazione; la pagina è improvvisazione destinata a restare. Poche cancellature, molto controllo. «Era un braccio di ferro tra me e il mio cervello». Alla fine, un accordo. E un risultato che definisce con umiltà «dignitoso».

PUNTO DI ARRIVO O LEVA PER SOLLEVARE IL MONDO?

Il libro non è un traguardo. È un punto di appoggio. Una leva. Liberando questa prima “statua” dal suo blocco di marmo, Boccasile ha capito che attorno a noi ce ne sono molte altre da portare alla luce. E forse il suo percorso narrativo non si fermerà qui. Non crede che scriverà un secondo volume dell’Arte della figura di M., ma qualcosa si sta già muovendo. In questo momento è affascinato dalla storia bellica italiana. Ha in cantiere una raccolta di lettere dal fronte: un soldato della Grande Guerra che scrive alla sua amata. Ma nel suo caso non si tratta di una donna. Non è un romanzo sulla guerra. La guerra è lo spazio. Il contesto. La pressione.

Le trincee, il fango, il suono della mitraglia, la puzza di gasolio, la valle illuminata dalla luna piena, il tepore di una fiammella, il campanile scampato alle bombe: tutto diventa cornice di un’indagine più profonda. Un’analisi di ciò che siamo quando veniamo messi fuori da noi stessi. Quando l’identità vacilla, quando le parole diventano l’unico filo tra ciò che resta e ciò che si teme di perdere. Il conflitto non è solo tra eserciti. È dentro l’uomo. Un cambio di tono radicale, che conferma una cosa: la sua curiosità non si esaurisce nella risata. Cambia forma. Ma resta ricerca.

Kevin Dellino

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