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E’ disponibile su tutte le principali piattaforme digitali il primo EP di Alessandra Latino, “OltreAde”, un progetto discografico composto da sei tracce e realizzato con il contributo di NUOVOIMAIE. La direzione artistica e la produzione artistica ed esecutiva sono curate da Gianni Testa per Joseba Publishing, con distribuzione Virgin Music Group. La focus track dell’EP è “OltreAde”, brano pop scritto da Alessandra Latino e Giovanni Segreti Bruno e prodotto da Luca Napolitano, che rappresenta il cuore emotivo e narrativo dell’intero progetto.

L’intervista

“OltreAde” è il tuo primo EP: che emozione hai provato nel vederlo finalmente pubblicato?

Vedere pubblicato questo EP è stato come chiudere finalmente un cerchio. “OltreAde” è nato in silenzio, in momenti molto intimi, quindi lasciarlo andare è stato un atto di fiducia enorme. All’inizio avevo paura, quasi una forma di gelosia nel condividerlo perché nasce da un mio dolore, da qualcosa che per tanto tempo ho custodito come parte intima di me. Adesso però provo solo gratitudine e sollievo. Oggi mi sento leggera, perché so che può camminare da solo, incontrare altre storie, altre emozioni. Ed è forse questa la cosa più bella: quando qualcosa che nasce nel tuo buio trova la forza di diventare luce anche per qualcun altro.

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Il titolo richiama un’immagine forte e simbolica: cosa rappresenta per te “OltreAde”?

“OltreAde” è il coraggio di guardarsi dentro senza filtri, di andare oltre il proprio inferno interiore. Rappresenta quel momento in cui smetti di scappare dalle tue ombre e scegli di restare a guardarle, di capirle. È il passaggio dalla distruzione alla rinascita: non si tratta di una salvezza immediata, ma della consapevolezza che anche nel momento più buio può nascere una nuova alba.

Nel comunicato dici che questo progetto “nasce nel buio e sceglie di attraversarlo”: da quale buio personale o artistico nasce l’EP?

“OltreAde” nasce in un periodo in cui mi sono sentita smarrita, come sospesa. Avevo tante domande e pochissime risposte. Non era un buio “drammatico” nel senso teatrale del termine, ma un buio silenzioso. E spesso è proprio nel silenzio che le paure si intensificano. Scrivere è stato il mio modo per non anestetizzarmi: invece di ignorare o scappare, ho scelto di ascoltare quello che faceva male. È stato un atto di presenza verso me stessa. E da lì è nato tutto.

La vulnerabilità è un tema centrale del disco. Quando hai capito che mostrarti senza maschere poteva diventare una forza?

Per tanto tempo ho pensato che mostrarsi fragili significasse “perdere”. Poi ho capito che le persone non si connettono alla perfezione, ma alla verità. Quando scrivo lo faccio con la speranza che qualcuno possa rivedere anche solo una piccola parte di sé nei miei brani. È stato proprio grazie ai riscontri delle persone che ho compreso che la vulnerabilità non ti indebolisce: ti rende autentico, reale. E ciò che è reale, resta.

Ogni brano, racconti, nasce da una ferita: scrivere queste canzoni è stato più doloroso o liberatorio?

Entrambe le cose. All’inizio è doloroso, perché per scrivere davvero devi guardare la ferita in faccia. Non puoi addolcirla in nessun modo, devi restare lì. Ma smette di essere solo dolore nel momento in cui diventa consapevolezza. Quando inizi ad elaborarlo, a comprenderlo, allora esprimerlo diventa liberatorio. Il dolore pesa finché resta chiuso dentro. Quando lo tiri fuori cambia forma. Io l’ho tirato fuori con la musica e lì è iniziata la mia libertà.

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