Intervista al cantante Joe Balluzzo: “Io non posso salvarti, ma posso stringerti la mano mentre camminiamo insieme”

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E’ disponibile su tutte le piattaforme digitali “COME SEI”, il nuovo progetto discografico di Joe Balluzzo. Considerato tra i talenti più cristallini della scena pop-R&B contemporanea, l’artista ci accompagna in un viaggio dentro il tema dell’autostima, sostenuto da arrangiamenti raffinati che spaziano dalle armonie neo-soul ai ritmi tribali. In questa intervista, JB ci racconta la genesi del brano e l’importanza di riscoprire la bellezza dell’autenticità nei rapporti. Buona lettura!

Qual è stata l’esperienza o la riflessione personale che ha dato il via alla scrittura di questo brano, “COME SEI”?

Come Sei è nata come tutte le mie canzoni: senza un’idea precisa da raccontare, ma lasciando che fosse la musica a guidarmi. Non parto mai dalle parole; è il sound che fa emergere le emozioni e solo dopo capisco cosa sto davvero dicendo. In quel periodo riflettevo molto su una mia tendenza: essere sempre troppo severo con me stesso, notare solo i miei difetti e non riconoscere il valore che metto nelle cose e nei rapporti. Quando ho sentito quella chitarra iniziale, quel riff, quel beat, le prime parole sono arrivate da sole: “Ti guardo da un’ora mentre tu dormi e forse sogni, come sei fragile…”. All’inizio immaginavo di parlare a qualcun altro, una persona fragile, sdraiata nel proprio letto, che nel sonno depone le armi e si mostra senza difese. Solo in seguito ho capito che quella persona ero io. Così il brano è diventato una sorta di messaggio che le persone che mi amano hanno idealmente scritto per me: ho raccolto le loro parole, il modo in cui loro mi vedono, e l’ho trasformato in musica. In questo senso, Come Sei è una canzone per me, ma che parla con la voce degli altri.

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Il brano accetta la possibilità di essere forti e fragili allo stesso tempo. Quale pensi sia il ruolo dell’altro in questo delicato equilibrio?

Penso che nei rapporti l’equilibrio tra forza e fragilità sia un continuo scambio: a volte è 50/50, altre volte diventa 80/20 o 30/70. Ci si alterna, ci si sostiene, e proprio questo movimento crea un equilibrio reale. Nel brano c’è quella frase che per me è il cuore di tutto: “Io non posso salvarti, ma posso stringerti la mano mentre camminiamo insieme.” Significa che l’esperienza della vita — le emozioni, le paure, le scelte — possiamo viverle solo noi, in prima persona. Ma questo non vuol dire farlo da soli: la presenza dell’altro è fondamentale, perché l’amore e le relazioni sono un motore potentissimo. Quello che ho imparato, anche nella mia esperienza personale, è la differenza tra affidarsi e dipendere. Affidarsi significa fidarsi, lasciarsi sostenere; dipendere significa perdere sé stessi nell’altro. Nei rapporti sani, credo che ognuno debba restare integro: io rimango me stesso e posso farcela anche da solo, ma grazie all’altro posso sentirmi più forte, più completo, più potente. È un equilibrio delicatissimo, non sempre facile da gestire, ma essenziale per costruire legami veri.

Quanto è difficile, per te come artista, accettare i complimenti o il valore che gli altri riconoscono in te?

Accettare i complimenti per me non è mai semplice. Ogni volta che qualcuno mi dice che una mia canzone lo ha emozionato, o gli ha smosso qualcosa dentro, io rimango quasi spiazzato. Non perché non li apprezzi — anzi, mi fanno bene — ma perché faccio ancora fatica a vedere in me quello che gli altri vedono. Ho sempre avuto una percezione un po’ sfocata di me stesso. Quando succede, provo a tornare con la mente a quando ero bambino e ascoltavo i miei artisti preferiti: mi sentivo toccato, compreso, quasi abbracciato dalla loro voce. E avrei dato qualsiasi cosa per ricevere un gesto d’affetto da loro, una parola. Pensare che oggi qualcuno possa provare lo stesso grazie a me… è una sensazione enorme, che mi commuove e allo stesso tempo mi mette in difficoltà. Per questo cerco di non leggere quei complimenti come se fossero rivolti a una “superstar” o a qualcosa di speciale in senso distante. Provo a viverli come un incontro umano: tu hai sentito qualcosa che ho sentito anch’io, e la musica ha semplicemente fatto da ponte. Non siamo su due piani diversi — non più artista e fan, ma due persone che si riconoscono nella stessa emozione. Ho smesso di vedere lo spazio tra chi canta e chi ascolta come una distanza. Io mi apro quando scrivo e quando canto, e chi mi ascolta si apre abbastanza da lasciarsi attraversare da quelle emozioni. È un movimento reciproco, una specie di equilibrio delicato: non c’è chi dà e chi riceve, ma un incontro nel mezzo. E quando penso a questo, riesco a lasciarmi toccare di più dai complimenti. Non perché mi fanno sentire “grande”, ma perché mi ricordano che siamo simili, che ci muovono le stesse cose. Ed è la parte più bella di tutto questo.

Cosa hai voluto comunicare, in aggiunta alle parole e alla musica del singolo, con le immagini del videoclip?

Nel videoclip ho voluto dare un volto e un corpo alle parole della canzone. Se nel testo ci sono tutte le frasi che le persone che amo mi hanno detto nei momenti più difficili, nel video ci sono proprio loro: le loro presenze, i loro abbracci, il loro accompagnarmi. Non tutti hanno potuto esserci per motivi logistici, ma c’è comunque una parte fondamentale della mia “famiglia emotiva”, quella che mi sostiene da sempre. Era importante per me che il pubblico potesse vedere chi, nella mia vita reale, ha rappresentato quella mano tesa di cui canto. Il video è girato in bianco e nero, ma la pelle e la maglietta rossa — la stessa della copertina — rimangono a colori. Il rosso per me è tutto ciò che è vivo: emozione, sangue, cuore, vulnerabilità. Il mondo intorno è in bianco e nero perché rappresenta la razionalità, che per un attimo viene “spenta” per lasciare spazio al sentire. È come se rimanessero visibili solo i cuori delle persone. Sulla scalinata del Palazzo della Civiltà Italiana siamo tutti insieme, intrecciati da questo filo rosso simbolico che ci lega, si allunga, si avvolge e ritorna su se stesso. È un ballo, una festa, un movimento collettivo che dice: “non sei solo, siamo qui, ti accompagniamo.” Il videoclip non aggiunge un concetto diverso rispetto alla canzone: ne amplifica il senso. È la versione visiva dell’unione e del sostegno che racconto nel testo. È come vedere le emozioni trasformarsi in corpi, in gesti, in colori. Un vero e proprio potenziamento del messaggio del brano.

L’album esplora le “sfumature dell’animo umano”. C’è un aspetto, una paura, una scelta, ecc., che hai sentito l’urgenza di esplorare più a fondo in questo ciclo di canzoni?

Sì, ci sono diversi aspetti che ho sentito l’urgenza di esplorare, ma sicuramente uno dei più forti è la paura del cambiamento.  Negli ultimi anni ho fatto un grande lavoro per fare pace con questa paura. E infatti paura e coraggio sono due temi che tornano sempre nelle mie canzoni: la paura di vivere un sentimento, di essere abbandonati, di non sapere cosa ci aspetta. La paura c’è sempre. Insieme alla paura, nei miei brani cerco sempre di lasciare anche un filo di speranza. Per me è fondamentale che, anche nel buio, ci sia almeno una frase, una luce, un appiglio che dica: “si può andare avanti”. Senza quella luce, io non saprei proprio scrivere. Un altro tema centrale di questo ciclo di canzoni è l’amore per se stessi, il self empowerment, la consapevolezza del potere che abbiamo nelle nostre mani di decidere come vivere la nostra vita.

È un tema che mi appartiene molto, perché io sono una persona estremamente riflessiva, che si guarda tanto dentro. A volte questo mio modo di essere viene scambiato per freddezza, come se non vivessi davvero le emozioni. In realtà è l’opposto: io le vivo in modo profondissimo, soffro tanto, ma cerco di non scaricare il mio dolore sugli altri. Credo molto nella responsabilità emotiva. Anche quando sto male, cerco di essere una persona che porta parole buone, gentili, che prova a generare un’energia positiva intorno a sé. Non perché voglia fingere che vada tutto bene, ma perché sono convinto che continuare a riversare rabbia nel mondo crei solo altra rabbia. Quello che voglio raccontare, in questo disco, è proprio questo equilibrio: la possibilità di mostrarsi fragili senza trasformare la fragilità in distruzione, ma in consapevolezza, in crescita, in trasformazione. È lì che, per me, nasce la vera forza.

Patrizia Faiello

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