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Il nome L’Orchestra del Paese Immobile è già una dichiarazione d’intenti: cosa rappresenta per voi questa “immobilità” e in che modo diventa una provocazione?

L’immobilità accomuna tante zone di provincia in Italia, in cui il tessuto sociale, economico e culturale soffre di una staticità atavica innescata da dinamiche ripetitive ed incancrenite. E’ uno stare fermi che coinvolge anche la nostra realtà cittadina, ma che per noi è un punto di partenza per guadagnare uno slancio verso il movimento e il cambiamento.

Avete scelto il dialetto velletrano come lingua principale del progetto: quando avete capito che non sarebbe stato un limite, ma una forza?

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Nel momento in cui, durante il processo compositivo, ne abbiamo sperimentato il potenziale sonoro: è uno slang talvolta aspro e ritmico, ma che a volte sa anche essere dolce e raccontare storie dal sapore antico, però in un contesto contemporaneo.

Nel comunicato parlate di musica come “dialetto universale”: come convivono, nel vostro suono, localismo e apertura globale?

Il suono dell’Orchestra ama essere ibrido e praticare accostamenti audaci. Crediamo nella vicinanza e nella convivenza espressiva tra il sound di Manu Chao e il folk dei Castelli Romani, passando per il rap newyorkese e l’elettronica con suggestioni scandinave: in fondo ognuna di queste musiche racconta la propria zona e la propria identità, analogamente a quello che anche noi proviamo a fare.

Velletri è una città di provincia ma con una storia millenaria: quanto il territorio ha influenzato l’identità dell’album?

Velletri ha necessariamente influenzato la nostra identità artistica, anche perché l’Orchestra è formata totalmente da musicisti che abitano o hanno abitato in questa città, vivendo l’eco della storia antica ma anche assorbendo le influenze culturali della contemporaneità, frequentandone la scena artistica e intessendo importanti rapporti umani. E’ soprattutto per questo che l’album riflette una Velletri attuale, densa di storia e passato ma anche immersa nei cambiamenti radicali che questi tempi ci pongono davanti.

Il disco di esordio è composto da 14 poesie in dialetto trasformate in canzoni: da dove nasce il processo creativo tra parola e musica?

E’ stato un processo naturale, spontaneo. Roberto Zaccagnini, il poeta che ha scritto i testi da cui scaturiscono i nostri brani, era già una sorta di celebrità in città: siamo andati a scovarlo nella sua piccola libreria, nel cuore del nostro centro storico, e gli abbiamo proposto questo inusuale esperimento. E’ stato un progetto che ha sposato dall’inizio, fornendoci preziosi suggerimenti che hanno consentito alla nostra musica di essere cucita al meglio sulle sue parole.

Credit fotografa: ph. Sofia Bucci

 

 

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