James Nachtwey fotoreporter di guerra e questioni sociali

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di Ester Campese

Le fotografie fanno parte delle cosiddette arti visive, ma c’è chi attraverso di esse fa anche un atto di denuncia. Questo è senza dubbio il caso di James Nachtwey, oggi famosissimo fotoreporter di guerra e non solo, nato a Syracuse nel ’48.

Cominciò la sua carriera collaborando, dal 1976, con un giornale locale proprio a Syracuse. Furono le foto del conflitto in Vietnam che fecero scattare in Nachtwey l’urgenza di documentare le atrocità della guerra. Trasferitosi a New York, firmò nel 1981 il suo primo reportage come freelance sullo sciopero della fame di alcuni membri dell’IRA.

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James Nachtwey diventa quindi un fotoreporter di guerra e fotografo statunitense pluripremiato, tra i vari riconoscimenti eccone solo alcuni che esprimono la grandissima capacità e professionalità di questo fotografo, il “Magazine Photographer of the Year” ben sette volte, il “Robert Capa Gold Medal” ben cinque volte, il “World Press Photo Award” per due volte, così come due volte il “Leica Award” e nel 2007 anche il TED Prize.

Le sue mostre fotografiche sono shock, attraverso di esse James Nachtwey documenta, in modo crudo e diretto, le atrocità umane dalle guerre alla fame e all’estrema povertà nel mondo. Si è anche dedicato ad una campagna per aiutare a debellare la TBC, dove in alcuni luoghi della terra ancora scatena epidemie.

Le sue foto poste in mostra hanno oltre alla capacità di denuncia anche quella di innescare una potentissima riflessione individuale e collegiale sul nostro mondo ed i tempi contemporanei in cui viviamo, rammentandoci anche le nostre responsabilità umane. Non possiamo ne dobbiamo scordare che una persona ogni 20 secondi muore, per malattia, fame o mal nutrizione oltre che per i conflitti.

Nelle foto di James Nachtwey, il punto di ripresa e quindi le emozioni suscitate, sono portati al limite: con le sue immagini si viene catapultati al di dentro della cruda ed iper-reale realtà o di una scena di guerra.

Non per nulla è considerato tra i più importanti fotoreporter contemporanei e l’erede di Robert Capa di cui applica la famosa frase: “Se la foto non è buona vuol dire che non eri abbastanza vicino”.

Con le sue fotografie ha rappresentato e denunciato i conflitti e le principali questioni sociali di più di 30 Paesi, dal Sud Africa alla Tailandia, dalla Siberia all’India.

 

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