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Come si stabilisce davvero il limite di un giocatore quando, a diciannove anni, il suo percorso è ancora tutto da scrivere? Oggi Bo Åsulv Hegland, 22 anni, gioca nel Djurgården e in 21 presenze ha messo insieme 8 gol e 15 assist.

Numeri che hanno attirato anche l’attenzione di club come Barcellona e Newcastle. La sua qualità migliore, però, dice, è un’altra: «Mettere gli altri nella condizione di segnare».

Tre anni fa era arrivato a Lecce dal Frigg Oslo per giocare nella Primavera di Federico Coppitelli. La sua esperienza durò 70 minuti in campionato, distribuiti in cinque presenze, tutte da subentrato. Bastarono però per un gol e due assist.

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Il momento più significativo arrivò nella finale Scudetto contro la Fiorentina. Hegland entrò nei supplementari e, al 121’, sugli sviluppi di un corner di Daka, servì di testa Emin Hasic per il gol dell’1-0 che consegnò il titolo al Lecce.

Poco dopo tornò in Norvegia. «Passet nok ikke systemet deres», disse in un’intervista: probabilmente non ero adatto al loro sistema.

Non necessariamente un errore, né una sentenza. Piuttosto, l’inizio di una domanda: quanto conta il contesto nel percorso di un giovane talento?

Il calcio non sviluppa tutti i giocatori nello stesso modo. Alcuni hanno caratteristiche che emergono immediatamente in un gioco verticale, fatto di corse, duelli e transizioni. Altri, come sembra essere Hegland, hanno bisogno di essere coinvolti di più: ricevere, scegliere, sbagliare, riprovare.

È qui che entra in gioco la spensieratezza. Non significa giocare senza regole, ma avere un margine d’errore riconosciuto dal sistema. Per un giovane, responsabilità e libertà possono essere parte dello stesso processo di crescita.

La storia recente di Medon Berisha, compagno di Hegland in quella Primavera campione d’Italia, offre un esempio interessante della stessa dinamica. Berisha è rimasto a Lecce e ha attraversato un percorso molto più lungo. Dopo una prima stagione in Serie A da comprimario e una seconda condizionata anche dagli infortuni, ha trovato progressivamente continuità. E il cambio di allenatore ha coinciso anche con un diverso modo di utilizzarlo.

Con Marco Giampaolo giocava più arretrato, da mediano. Con Eusebio Di Francesco ha iniziato invece ad agire maggiormente tra le linee, con maggiore libertà di movimento. È stato lo stesso Berisha a sottolineare la differenza: «Con Di Francesco mi sto trovando meglio perché gioco tra le linee e ho più libertà di movimento».

Non è una questione di allenatori giusti o sbagliati. È la dimostrazione di quanto un giocatore possa cambiare quando cambia la posizione in campo, il ruolo che gli viene affidato e, soprattutto, la quantità di responsabilità che gli viene riconosciuta.

Anche il modello del Lecce offre una prospettiva interessante.

Il club ha costruito negli anni una parte importante della propria competitività sulla capacità di individuare giocatori prima che il loro valore venga pienamente riconosciuto dal mercato. È il talent recognition: leggere in anticipo qualità già presenti e trasformarle in valore.

Hjulmand, Gendrey, Krstović e Pierotti sono arrivati già con esperienza nel calcio dei grandi; Dorgu rappresenta invece un esempio più vicino al talent creation, arrivato giovanissimo, è cresciuto fino alla prima squadra.

Sono due percorsi diversi. E dentro il secondo c’è una variabile difficile da programmare: il tempo.

Perché il Lecce, come molte squadre che costruiscono la propria stagione sulla necessità di conservare la categoria, deve convivere con una pressione particolare. La salvezza ha un peso sportivo ed economico enorme e, soprattutto nei momenti più delicati del campionato, il margine per sperimentare tende naturalmente a restringersi.

Non è paura. È il peso della posta in palio.

E proprio per questo la crescita di un giovane diventa un esercizio complesso: bisogna costruire valore senza perdere di vista il risultato, riconoscere il talento senza sapere ancora esattamente quale forma prenderà.

È forse questa la parte più interessante della storia di Hegland.

Non una bocciatura e nemmeno un rimpianto, ma quanto sia difficile prevedere la traiettoria di un giocatore quando ha ancora pochi strumenti per mostrarla.

Quei 70 minuti a Lecce oggi sembrano quasi una nota a margine. In realtà erano soltanto il primo capitolo di una storia che, allora, nessuno poteva ancora leggere fino in fondo.
Berisha, rimasto, ha trovato nel tempo un ruolo diverso e una maggiore libertà. Hegland, ripartito dalla Norvegia, ha trovato altrove il contesto nel quale la sua qualità principale, mettere gli altri nelle condizioni di segnare, è diventata una caratteristica riconoscibile.
Due percorsi diversi, partiti dalla stessa Primavera.

Ed è forse proprio questo che rende il calcio giovanile così difficile da leggere: non esiste sempre una linea retta tra ciò che un giocatore è a diciannove anni e ciò che diventerà a ventidue.

Perché nel calcio il valore di un giocatore non si misura soltanto da ciò che è già riuscito a fare, ma anche da ciò che ancora non si è avuto il tempo di scoprire.

Sofia Cava

 

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