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C’è chi costruisce una carriera seguendo una linea precisa e chi, invece, la disegna attraversando mondi diversi con naturalezza. Barbara Politi appartiene a questa seconda categoria.

Giornalista e conduttrice televisiva, che nel tempo ha saputo muoversi tra informazione, intrattenimento, cultura e costume, passando con disinvoltura dalla cronaca degli eventi locali, agli eventi internazionali, dal food ai grandi format ed eventi televisivi.

Dai primi passi nelle redazioni locali, ai programmi nazionali della Rai, il filo conduttore è rimasto sempre lo stesso: la capacità di raccontare l’Italia e gli italiani, tra usi e costumi, virtù e bellezze.

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La sua professione sembra quasi una vocazione. È stato davvero così?

Direi di sì. Ho sempre sentito che quella del giornalismo fosse la mia strada. In realtà ho iniziato molto presto, quando ero ancora all’università. Collaboravo con Il Nuovo Quotidiano di Puglia, nell’edizione di Lecce, e tutto è nato da un inserto universitario. Ero una tirocinante, poi quella possibilità si è trasformata in un percorso vero e proprio. Non c’è stato un momento preciso in cui ho deciso, ma è accaduto tutto in modo spontaneo.

Eppure il suo percorso di studi avrebbe potuto portarla altrove…

È vero, arrivavo dal liceo classico e poi da Lettere e Filosofia. Molti immaginavano per me l’insegnamento, ma io sapevo che non sarebbe stata la mia strada. Quando ho dovuto scegliere il tirocinio, ho escluso subito la scuola e ho scelto una redazione. Col senno di poi, è stata una decisione fortunata e naturale.

Che ruolo ha avuto l’infanzia nel suo modo di affrontare la vita e il lavoro?

Un ruolo enorme. Sono cresciuta circondata soprattutto da amici maschi, perché nel palazzo in cui vivevo non c’erano bambine. Questo mi ha resa molto determinata. Nei giochi e nelle dinamiche quotidiane impari presto a farti spazio, a non arretrare, a dimostrare che ci sei. Credo che quella forza mi sia rimasta dentro e mi accompagni ancora oggi.

Lei ha lavorato su mezzi diversi: carta stampata, web e televisione. Dove si sente più rappresentata?

La televisione è il mezzo che mi permette di esprimermi in modo più completo. Non ci sono soltanto le parole, ma anche la voce, l’energia, il sorriso e il linguaggio del corpo. Arriva tutto di te. Però non potrei mai rinunciare alla scrittura. La carta stampata ha un valore speciale, intimo.

Che cosa le dà ancora la scrittura che la televisione non offre?

La scrittura ti impone profondità, precisione e tempo. È un luogo in cui puoi fermarti a riflettere e scegliere ogni parola con cura. Inoltre c’è un aspetto emotivo che non passa mai: il rapporto fisico con il giornale, l’odore della carta e il gesto della lettura. Sono sensazioni che per me contano ancora moltissimo.

Oggi si parla spesso di informazione veloce e contenuti immediati. Quanto è importante la responsabilità del racconto?

È fondamentale. Viviamo in un’epoca in cui viene mostrato tutto e subito, spesso senza mediazione. Ma il giornalismo non può rinunciare al senso della misura. Raccontare significa assumersi una responsabilità verso chi legge, ascolta o guarda. Le parole possono chiarire, ma anche ferire. Possono restituire dignità oppure alimentare confusione e dolore.

La televisione contemporanea, invece, come le appare?

Molto ricca e diversificata. Ci sono tante proposte e tanti linguaggi differenti. Alcuni generi, come i reality, grazie al web e i social, hanno inevitabilmente perso l’effetto sorpresa degli inizi. All’epoca erano un vero esperimento sociale, oggi il pubblico ne conosce i meccanismi. Quello che continua a funzionare, però, sono le storie autentiche. Le persone cercano verità, emozioni sincere ed esperienze in cui riconoscersi.

Nel suo percorso ha affrontato registri e temi molto diversi, da eventi popolari a progetti culturali. Da dove nasce questa versatilità?

Credo da due fattori: il carattere e la formazione. Ho una natura curiosa, mi piace cambiare prospettiva ed entrare in contesti diversi. Poi vengo dal telegiornale e per anni ho raccontato i temi più disparati, è stata una scuola eccezionale. Ti abitua ad adattarti rapidamente e a trovare il tono giusto per ogni storia.

Che cosa la entusiasma ancora oggi del suo lavoro?

La possibilità di mettermi in gioco. La scrittura è un territorio che conosco bene, mentre la televisione mi sfida ogni volta a dare qualcosa in più. Forse è proprio questo il bello del mio mestiere: non smettere mai di crescere.

Kevin Dellino

Ph. Roberto Luciani

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