- start adv -   - end adv -
- adv -

Il Tre Fontane, l’impianto in cui la Roma femminile gioca le partite casalinghe, ha poche migliaia di posti e nei giorni di festa li riempie tutti. È lì che a maggio 2026 le giallorosse hanno chiuso il campionato da campionesse d’Italia, con due giornate d’anticipo. La stessa squadra, in Champions League, ha giocato davanti a quasi quarantamila persone all’Olimpico, in una delle partite di calcio femminile più viste di sempre in Italia.

Il contrasto tra quei due numeri racconta bene lo stato del movimento, e racconta ancora meglio la traiettoria di questa squadra: tre scudetti in quattro anni, una posizione stabile al vertice e un progetto che non è nato per caso.

Un campionato vinto in testa, non all’ultima curva

La stagione 2025-26 è stata dominata più che vinta. La Roma è rimasta in testa alla classifica per gran parte del torneo e ha regolato le rivali negli scontri diretti che contavano: 1-0 all’Inter in febbraio, con la rete della canadese Evelyne Viens, e 1-0 alla Juventus in aprile, l’incontro che ha di fatto chiuso il discorso.

- start adv - - end adv -

Il dato tecnico è la continuità. Nel calcio femminile italiano, dove la classifica si decide su un numero ridotto di partite e dove una serie negativa di tre giornate può ribaltare una stagione, restare in vetta dall’inizio alla fine significa aver costruito una squadra capace di vincere anche le partite brutte. La difesa, in questo, ha fatto la differenza: i due successi contro le dirette avversarie sono arrivati entrambi con lo stesso punteggio, di misura, gestendo il vantaggio.

La panchina è stata affidata a Luca Rossettini, ex difensore di Serie A al primo incarico di questo livello nel calcio femminile, e la scelta ha funzionato senza che la squadra dovesse rifondarsi. È un dettaglio che dice qualcosa sul club: il progetto era abbastanza solido da reggere un cambio in panchina senza perdere identità.

Un club che ha investito prima che fosse obbligatorio

Per capire da dove arriva questo ciclo bisogna guardare indietro di qualche anno. Il calcio femminile italiano è diventato professionistico soltanto nel 2022: fino a quel momento le calciatrici erano formalmente dilettanti, con contratti a rimborso e un tetto agli emolumenti, senza tutele previdenziali paragonabili a quelle dei colleghi uomini.

In quel contesto, i club che hanno cominciato a investire prima dell’obbligo hanno costruito un vantaggio competitivo che si vede ancora oggi. Strutture dedicate, uno staff tecnico e medico separato da quello maschile, un centro sportivo in cui allenarsi tutti i giorni: sono le condizioni minime perché una rosa possa lavorare da professionista, e non erano affatto scontate.

La Roma ha percorso quella strada, riportando la squadra a giocare al Tre Fontane e dotandola di una struttura stabile. Il risultato è che quando il professionismo è arrivato, i giallorossi non hanno dovuto ricostruire nulla: erano già attrezzati. Il primo scudetto, arrivato nel 2023, è stato la conseguenza di quel lavoro.

Il pubblico è la notizia vera

Se il campo racconta un ciclo, gli spalti raccontano un cambiamento più profondo. La stagione appena chiusa ha portato a un record di presenze complessive per le partite casalinghe delle giallorosse, con il Tre Fontane esaurito nelle giornate decisive.

Il salto vero, però, si è visto quando la squadra ha traslocato all’Olimpico per le grandi serate europee: le quasi quarantamila persone presenti a una gara di Champions hanno stabilito un primato che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrato irrealistico per il calcio femminile italiano. Sono numeri che avvicinano la Roma alle medie di club spagnoli e inglesi, e che cambiano il modo in cui gli sponsor guardano al movimento.

Resta il nodo della continuità: un conto è riempire uno stadio in una notte di Champions, un altro è avere tremila persone ogni domenica. È su questo secondo dato che si misura la crescita reale di un pubblico, ed è la ragione per cui il club sta lavorando sull’accessibilità del Tre Fontane e sulla programmazione degli orari.

In Europa il confine è ancora più in là

Il limite, oggi, ha un nome preciso: la Champions League femminile. La Roma è arrivata fino ai quarti di finale, primato che poche italiane possono vantare, ma il gradino successivo richiede risorse che il campionato italiano nel suo complesso ancora non genera.

I club spagnoli, inglesi e francesi che dominano la competizione hanno monte ingaggi superiori, rose più profonde e settori giovanili femminili avviati da decenni. Il divario non è tecnico, è strutturale: si costruisce con i bilanci, con il numero di tesserate e con la quantità di partite ad alta intensità che una calciatrice gioca prima dei vent’anni. In Italia il numero di praticanti sta crescendo, ma parte da una base molto più bassa.

Per la Roma, questo significa che difendere lo scudetto e restare stabilmente nella parte alta d’Europa sono due obiettivi diversi, con costi diversi. Il primo è alla portata. Il secondo dipende da quanto il club deciderà di spingere, e da quanto il movimento nazionale saprà crescere attorno alle sue squadre migliori.

La stagione che comincia dirà quanto di questo ciclo è già maturato. A questo proposito, clicca su forzalupi.it, per rimanere sempre aggiornato sulle prestazioni delle neo Campionesse d’Italia.

 

- start adv -   - end adv -