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Oggi  Borghi e Sapori – Scoprendo l’Italia vi porta nell’Alto Lazio, ai piedi dei Monti Cimini, dove un borgo di pietra grigia racconta da secoli un legame con Roma che ha pochi eguali in tutta la penisola.

Benvenuti a Vitorchiano A guardarlo da lontano, dal belvedere che si apre poco fuori dal centro abitato, si capisce davvero cosa si ha davanti — un paese che non sta sopra la roccia, ma dentro la roccia, fuso con essa fino a confondere dove finisce la pietra naturale e dove comincia la mano dell’uomo. Il borgo è costruito su uno sperone di peperino, la stessa pietra grigia cavata da secoli in questo territorio, che ha finito per diventare il materiale di ogni cosa: case, palazzi, chiese, le mura duecentesche di cui resiste ancora la parte meridionale.

Ed è proprio da questa pietra che nasce la prima, vera sorpresa di Vitorchiano: il suo legame con Roma, scritto a chiare lettere sullo stemma sopra Porta Romana, l’unico varco che dà accesso al centro medievale. Lì si legge ancora oggi SPQR, accanto alla lupa capitolina. Tutto nasce dai conflitti con Viterbo nel Duecento: quando nel 1199 Vitorchiano si dichiarò libero da ogni legame con Viterbo, il borgo fu assediato dalle milizie viterbesi, contro le quali fu invocato l’aiuto di Roma  (Wikipedia) . Da quel momento i destini dei due luoghi si intrecciarono fino a un gesto raro: Vitorchiano poté fregiarsi dell’acronimo SPQR e della lupa capitolina nei suoi stemmi, e un Contestabile insieme a dodici “Fedeli” ricevettero l’incarico di guardie del Campidoglio  (Move Magazine) , un privilegio ancora oggi rievocato nelle cerimonie ufficiali del Comune di Roma.

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C’è poi la leggenda che i vitorchianesi raccontano con orgoglio commosso, quella del pastore Marzio: corse a Roma per avvisare dell’imminente attacco dell’esercito etrusco, e una spina gli si conficcò nel piede ma lui non si fermò nemmeno a toglierla, per la fretta di mettere in allarme il Senato  (Giraerigira). Morì subito dopo aver dato l’allarme. La sua statua veglia ancora oggi ai Musei Capitolini — un pastore di provincia, immortalato nel cuore di Roma per sempre.

Dentro le mura, i vicoli si stringono e si arrampicano tra case che si appoggiano l’una all’altra, con nomi che raccontano storie minori ma vive — la Casa della Strega, la Casa del Rabbino, la dimora dove visse Santa Rosa. Il Palazzo Comunale del Cinquecento sorge accanto all’antica rocca, mentre la torre dell’orologio, alta sedici metri, scandisce ancora il tempo del borgo. E poi, a Vitorchiano succede una cosa che sulla carta non avrebbe senso: ci si trova davanti a un Moai, identico a quelli dell’Isola di Pasqua. Un gigante alto sei metri e del peso di trenta tonnellate, scolpito nel 1990 da un gruppo di diciannove Maori della famiglia Atan  (Anna Rita Properzi) in una cava di peperino — orientato verso il paese, dicono, per portargli prosperità.

Ma un borgo si conosce davvero solo quando se ne assaggia il sapore. E qui il re della tavola è il cavatello, prodotto agroalimentare tradizionale legato indissolubilmente alla terra da cui ha origine  (Move Magazine), riconosciuto dal Ministero delle politiche agricole come uno dei prodotti tipici della tradizione del Lazio  (Italia Ignota). Nasce dalle mani delle massaie del paese, lavorato a mano fino a diventare un lungo spaghettone spesso e poroso, e va condito secondo regola non scritta: obbligatoriamente con un sugo al pomodoro aromatizzato dal finocchietto selvatico  (Anna Rita Properzi). Il piatto è così identitario che ogni anno, il primo weekend di agosto, da oltre quarant’anni il paese gli dedica una sagra che occupa il centro storico con tavoli e sedie  (Anticopresente) .

A maggio, per il patrono San Michele Arcangelo, arriva invece la Ciambella di San Michele, preparata con acqua, farina, olio, sale e anice, con doppia cottura — prima bollita, poi al forno — per renderla croccante fuori e morbida dentro  (Move Magazine), e offerta a tutti i fedeli fuori dalla chiesa nel rito chiamato “la Poggiata”  (Anna Rita Properzi). Il resto della dispensa racconta la stessa Tuscia dei boschi intorno: olio prodotto in due molini ancora attivi, nocciole per i tozzetti, castagne da gustare come caldarroste, e vino dai vigneti della zona  (Wikipedia). C’è infine un capitolo quasi segreto: le marmellate delle Suore Trappiste, prodotte dagli anni Settanta in venticinque gusti diversi, senza additivi né coloranti  (Anna Rita Properzi) , che da sole hanno portato il nome di Vitorchiano ben oltre la Tuscia.

Vitorchiano non ha la fama di Civita di Bagnoregio, e forse è proprio per questo che conserva un’autenticità che altrove si è un po’ persa. È un paese vivo, abitato, che tiene insieme cose che a parole sembrerebbero incompatibili — un pastore morto per salvare Roma e un gigante di pietra arrivato dall’altra parte del mondo, mura duecentesche e vasetti di marmellata fatti a mano. Ed è proprio in questa capacità di intrecciare epoche e sapori diversi, senza stonature, che il borgo trova la sua piccola, sorprendente grandezza.

Con questa immagine chiudiamo anche questa puntata di Borghi e Sapori – Scoprendo l’Italia. Vi aspettiamo alla prossima tappa.

Antonio Torretti

 

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