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Dall’equivoco mediatico durante l’ultimo saluto a Ornella Vanoni al desiderio di un ritorno autentico in televisione, Wanda Fisher rompe il silenzio e racconta il momento più delicato della sua carriera. Tra dolore personale, rapporti che cambiano e un sogno artistico ancora vivo, emerge una richiesta chiara: lasciare spazio alla voce, oltre il personaggio.

Partiamo da Milano, dalla camera ardente di Ornella Vanoni. Cosa è successo davvero?

È successo qualcosa di molto semplice che è stato trasformato in qualcosa di completamente diverso. Io ero lì per Ornella, per salutarla. Non per farmi vedere.

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Eppure in poche ore è nato un caso mediatico.

Sì, ed è stato surreale. Mi hanno scambiata per Ivana Spagna. Ho corretto subito, più volte: ‘Io sono Wanda Fisher’. Ma quando parte quel tipo di macchina, è difficile fermarla.

Cosa l’ha colpita di più di quei momenti?

Il fatto che qualcuno potesse pensare che fossi lì per visibilità. È questo che mi ha fatto male. Perché non era così, e chi mi conosce lo sa.

Quella visibilità improvvisa come l’ha vissuta?

Male, sinceramente. Non era il momento. C’era dolore, non voglia di esporsi. È stato tutto fuori luogo rispetto a quello che stavo vivendo.

Non è la prima volta che il suo volto viene associato ad altri grandi nomi.

Succede, sì. Durante uno spettacolo mi hanno anche chiamata ‘Madonna’ mentre cantavo La Isla Bonita. Lì ho sorriso: meglio Madonna, no?

Poi però ha fatto una dichiarazione che ha fatto discutere: “La Bambola la canto meglio io”.

Sì, ma va letta nel modo giusto. Non è una gara. È un modo per dire: guardate che dietro c’è una voce, c’è un lavoro. Non fermatevi all’immagine.

Lei rivendica molto il suo percorso musicale.

Perché esiste. Io ho lavorato con grandi artisti, ho fatto musica per anni. Magari non sempre in primo piano, ma c’ero. E quella storia conta.

Oggi cosa desidera davvero?

Un ritorno che abbia senso. Non voglio andare in tv tanto per esserci. Voglio un contesto che mi permetta di raccontarmi davvero.

C’è un programma che sente più vicino?

Ballando con le Stelle potrebbe essere interessante. È uno spazio dove esce la persona, non solo il personaggio.

E il sogno artistico?

Portare Il mio canto libero in una grande scena, con un coro importante. Sarebbe qualcosa di forte, anche simbolico. Non solo per me.

Perché simbolico?

Perché rappresenterebbe tutte quelle voci che per anni hanno cantato senza essere davvero viste. Io mi sento anche parte di quella storia.

Sul piano umano, ha percepito cambiamenti nei rapporti?

Sì, è inevitabile. Quando non sei più al centro, alcune persone spariscono. Fa parte di questo ambiente, anche se non è sempre facile accettarlo.

Cosa chiede oggi Wanda Fisher al pubblico?

Una cosa semplice: di ascoltarmi. Senza pregiudizi, senza equivoci. Solo ascoltare la mia voce per quello che è.

In un momento in cui tutto sembra passare attraverso il rumore mediatico, Wanda Fisher prova a rimettere al centro l’essenziale. Non l’immagine, non il caso del giorno, ma qualcosa di più difficile da costruire e più facile da perdere: autenticità.

Kevin Dellino

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