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Se siete mai stati a un evento di Matteo Sinatti, sapete che non si esce mai dal teatro uguali a come si è entrati. È successo anche lo scorso 15 maggio a Roma, in una serata carica di energia, riflessioni e “sana follia”. Noi di DiTutto eravamo lì, tra il pubblico, per vivere da vicino questa esperienza e, subito dopo lo spettacolo, abbiamo realizzato questa intervista esclusiva.

Matteo Sinatti è uno psicologo, scrittore e ipnotista che da anni rivoluziona il mondo della crescita personale attraverso il “teatro-formazione”, un modo unico di portare la psicologia sul palco per far vibrare le corde più profonde dell’anima.

Recentemente è uscito il suo ultimo e attesissimo libro, “Cuori Spettinati”, un testo introspettivo che tocca le corde più intime dell’anima. Attraverso le sue parole, Sinatti ci accompagna in una profonda riflessione sulla complessità delle relazioni umane, insegnando a riconoscere e ad elaborare quell’ “irrisolto” che esplora i meccanismi del nostro mondo emotivo. In questa chiacchierata intima abbiamo parlato del valore dell’imperfezione e dell’importanza di trovare la propria melodia interiore; una lettura dedicata a tutti i “cuori spettinati” in cerca di una stella polare. Ecco cosa ci ha raccontato.

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Il titolo del tuo tour è “Come rialzarsi e tornare a sorridere”. Qual è la prima cosa che dici a una persona che sente di aver toccato il fondo e non vede una via d’uscita?

Dico di non avere fretta, di non farsi prendere dall’urgenza, anche se il dolore richiede immediatamente una risposta. Quando determinati stimoli toccano determinate ferite c’è bisogno prima di capire il collegamento. In questa serata romana abbiamo cercato di capire come fare ad arrivare alla ferita che sta alla base di quando ci si perde.

Spesso la paura di cadere e di soffrire di nuovo ci porta a rinunciare a nuove esperienze, convinti che restare fermi e isolarsi dal mondo sia una forma di protezione. Come si educa la mente e il cuore a distinguere una vecchia ferita da una minaccia reale e tornare così a vivere? 

Le minacce collegate a una ferita si riconoscono quando non riusciamo a riprenderci. Di solito basterebbe far passare un po’ di giorni e sdrammatizzare; quando invece gli stimoli toccano le ferite, allora abbiamo un dolore spropositato rispetto a quello che è accaduto. In questi casi, la domanda che dobbiamo farci è cosa abbia risvegliato una determinata situazione. Questa è la domanda più importante, ed molto difficile saperla abitare, perché come dicevo all’inizio c’è uno stato di urgenza per stare bene.

Oggi nel quotidiano viviamo in una realtà sempre più difficile e sorridere può sembrare quasi un atto rivoluzionario. È davvero possibile allenare la felicità?

Ci si può allenare alla felicità quando conosciamo la nostra storia; quindi, un passaggio fondamentale per questo percorso è comprendere ciò che ci ha fatto male in determinati momenti. Questo è il primo passo: non esiste felicità senza memoria.

Tu incontri sempre molte persone, anche durante i tour. Qual è il peso più grande che vedi portare sul loro cuore ?

E’ lo stato di solitudine, che può essere non soltanto sociale, ma anche interiore. Spesso le persone che incontro hanno una grande sensibilità, perché sono quelle che si rivolgono a uno psicologo e che si sentono sole in mezzo alla gente: un segno distintivo di ipersensibilità che ha bisogno di essere alfabetizzata, riconoscendone l’origine e trasformandola in una risorsa anziché un limite.

Il tuo libro “Cuori Spettinati” nasce anche dall’esperienza del tuo percorso teatrale, dove hai raccolto storie e toccato con mano il vissuto del pubblico.  Perché questo titolo così evocativo e chi sono, davvero, i “Cuori Spettinati”?

I Cuori Spettinati sono quelli di chi ha dato tantissimo, fino a bruciarsi. Di solito sono persone capaci di un’immensa generosità, perché sanno dare un peso enorme ai dettagli e alle sfumature che altri ignorano. Con questo libro ho voluto spiegare perché a volte ci si leghi a persone sbagliate, pur provando sentimenti fortissimi. Quel ‘sentire troppo’, spesso, nasconde un nodo irrisolto. Nel testo cerco proprio di mostrare cosa sia questo malessere profondo, offrendo gli strumenti per elaborarlo e trasformarlo in una nuova consapevolezza.”

Cosa ti aspetti dal calore del pubblico che ti segue nei tour? Quale messaggio vorresti che ciascuno portasse a casa alla fine dei tuoi incontri?

Mi aspetto che le persone mettano da parte la razionalità e ascoltino con il cuore le esperienze e le storie che porterò sul palco. Vorrei che portassero a casa una speranza, ma soprattutto una procedura. Anzi, una domanda: voglio che abbiano il coraggio di porsela anche quando stanno male. Spesso, infatti, nei momenti difficili non abbiamo la forza di interrogarci e ci muoviamo alla ricerca ossessiva di risposte immediate.

Patrizia Faiello

 

 

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