Ph. Mario Giannini
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Oggi tra le pagine di DiTutto abbiamo il piacere di ospitare Giulio de Nicolais d’Afflitto, filosofo e autore legato al Neoverismo. Questo è quello che ci ha raccontato sul suo impegno culturale e della sua analisi della società attuale. Buona lettura!

​Mentre la Capitale celebrava il suo Natale e la sua storia millenaria, lo scorso 21 aprile lei riceveva un importante riconoscimento. Che significato ha per lei essere stato premiato proprio in questa data solenne? Lo considera un segno del destino o un tributo al suo profondo legame con l’identità culturale di questa città?

Ricevere un riconoscimento nel giorno del Natale di Roma, per me, ha un significato che tocca la storia personale e quella collettiva. Io appartengo a una famiglia, i d’Afflitto, che affonda le sue radici nel prius romano: il generale Placido, poi Sant’Eustachio, nipote di Caio Giulio Cesare. Portare questo nome significa portare una memoria che attraversa i secoli, una responsabilità che non è mai solo individuale.

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Per questo il premio del 21 aprile non lo vivo come un semplice tributo, ma come un segno di continuità: Roma riconosce un percorso che tenta di restituirle voce, verità, memoria. È come se la città, nel giorno della sua fondazione, dicesse: “Tu appartieni a questa storia, e questa storia appartiene a te”.

Lo considero un invito a proseguire, a custodire ciò che Roma rappresenta: una coscienza viva che attraversa i secoli e chiede di essere narrata senza filtri, senza propaganda, senza distorsioni.

Insieme alla regista Donatella Cotesta, lei ha codificato il Nuovo Verismo Italiano. Come nasce questa necessità di definire un nuovo approccio dove “la verità riesce a farsi scena” e in che modo questa corrente si distingue dalle esperienze artistiche del passato?

Il Nuovo Verismo Italiano nasce da un’urgenza: riportare la verità al centro della scena. Non una verità astratta, ma quella che abita le biografie, le ferite, le contraddizioni, i fatti quotidiani che spesso non entrano nei libri di storia ma che dovrebbero farla.

Viviamo in un tempo in cui la disinformazione – figlia della propaganda – riscrive il reale, lo distorce, lo svuota. Il nostro teatro reagisce a questo: porta in scena la memoria dei fatti comuni, quelli che rischiano di essere cancellati o manipolati.

Con Donatella Cotesta abbiamo sentito che il teatro doveva tornare a essere un luogo di rivelazione, non di rappresentazione. La nostra idea è radicale: la verità non si interpreta, si lascia accadere. L’attore non imita: si espone. Le commedie sono scritte in vernacolo romano contemporaneo ed integrate da simpatiche gag, le quali consentono allo spettatore di riflettere sulle problematiche sociali proposte nell’opera teatrale, apprezzando gli aspetti tragici e comici dei fatti. Ciò dà a questo modo di scrivere e fare Teatro, il Nuovo Verismo Italiano, un valore profondamente Etico, in quanto teso alla crescita sociale e morale della platea.

Da autore e filosofo, lei ha dato una struttura teorica a questo movimento. Qual è la sfida più grande nel trasformare il pensiero filosofico in un linguaggio teatrale che sia, allo stesso tempo, autentico e popolare?

La filosofia tende a salire verso l’astrazione; il teatro chiede carne, respiro, ritmo. La sfida è far sì che il pensiero non diventi un peso, ma una luce.

Oggi questa sfida è ancora più urgente: la propaganda manipola i fatti, li semplifica, li cancella. Il teatro, quando è vero, diventa un atto di resistenza civile. Trasformare il pensiero in scena significa dare forma a una memoria condivisa, restituire dignità a ciò che rischia di essere riscritto.

Il mio lavoro consiste nel distillare il pensiero fino a renderlo gesto, parola necessaria, conflitto vivo. Il teatro non vuole essere spiegato: vuole essere vissuto.

​Lo spettacolo varcherà i confini nazionali per approdare a Valencia, in Spagna, e successivamente a New York. Come pensa che il pubblico internazionale accoglierà questo bisogno di verità tutto italiano?

Credo che il pubblico internazionale accoglierà questo bisogno di verità con sorpresa e gratitudine. L’Italia, all’estero, è spesso percepita attraverso stereotipi estetici frutto spesso di disinformazione della propaganda. Noi portiamo qualcosa di diverso: non l’Italia da cartolina, ma l’Italia che respira, che lotta, che si racconta senza filtri.

E soprattutto portiamo un teatro che difende la memoria dei fatti comuni, in un’epoca in cui la propaganda globale tende a uniformare e distorcere. La verità è un linguaggio universale: quando arriva, arriva ovunque.

Patrizia Faiello

 

 

 

 

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