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«Questo mestiere, quello del DJ, dà da vivere. In ogni locale la cosa principale è la musica. Perché se non c’è la musica, non c’è niente. Il problema è che questa “piramide” non esiste più da anni. Per questo troppo spesso tutti i locali propongono lo stesso sound.  Certo, noi all’Hollywood ancora ci difendiamo!».

Abbiamo incontrato Luke DB, dj resident del mitico Hollywood di Milano e anima di DB Mafia, movimento e label del gruppo Jaywork Music. In questa label si sente forte la ricerca musicale di questo artista e di tutto questo collettivo.

 

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Che tipo di musica proponete con DB Mafia?

Sto portando avanti una direzione musicale precisa, che spazia dalla tribal house alla bass house, evitando sonorità troppo commerciali. I risultati si vedono, anche su Spotify, dove i numeri stanno crescendo. Il filone mashup e bootleg invece si è un po’ ridimensionato, anche perché manca materiale davvero stimolante su cui intervenire. Il progetto si sta ampliando: sto lavorando alla produzione di artisti provenienti da America, Indonesia e Germania.

Cosa pensi dell’AI applicata alla musica?

È un mezzo come tanti, ma estremamente potente. Certi programmi sembrano fare miracoli, purché sia l’artista a controllarli. Puoi costruire un brano affiancato dall’intelligenza artificiale, mettendo insieme beat, percussioni, voci tue, mentre l’AI può supportarti negli arrangiamenti. E’ illogico però prendere ciò che genera e pubblicarlo direttamente su Spotify. La resa è ancora bassa e, soprattutto, la musica deve avere un’anima. Se chiedi: crea un pezzo a 126 BPM con chitarra elettrica, lo fa. Ma il contributo creativo dov’è?.

L’Hollywood di Milano è da sempre un riferimento, ma si parla poco della sua musica.

È proprio così. Inoltre lavoriamo senza vocalist. Accendo l’impianto dalle 23 e vado avanti fino alle 5 del mattino. Il nostro è un pubblico internazionale. Durante le Olimpiadi, per esempio, abbiamo ospitato le nazionali di hockey di diversi Paesi.

Cosa consiglio ad un giovane DJ?

Consiglio di avvicinarsi a qualcuno con una certa esperienza, capace di farti scoprire la musica, perché oggi il nodo centrale è proprio questo. Io sono cresciuto così: chi mi ha avvicinato al mestiere di DJ, quando avevo appena 11 anni, mi ha fatto ascoltare ogni genere. Mi diceva: ascolta i Pink Floyd, questi sono i Deep Purple, questa è Gloria Gaynor, questo è Barry White e così via. Solo dopo puoi iniziare a fare il DJ.  Si parte dal passato per creare il futuro. Qualsiasi altro percorso non può funzionare.

Lorenzo Tiezzi

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