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Abbiamo avuto l’onore di incontrare un uomo che non rappresenta solo un vertice istituzionale, ma che è a tutti gli effetti, la memoria storica e l’anima della Polizia Penitenziaria: il Dirigente Generale Dott. Augusto Zaccariello.

Dalle sezioni degli istituti di pena ai reparti d’élite come il GOM e il NIC, fino alla direzione della Scuola di Parma, il suo percorso è la testimonianza vivente che il merito, il sacrificio e l’umanità possono tracciare una strada luminosa. La sua nomina non è solo un traguardo personale, ma viene percepita da migliaia di agenti come un segnale di riscatto e di speranza per l’intera categoria.

Siamo qui per raccontare l’uomo dietro i gradi, il Comandante che ha vissuto la prima linea e che oggi, con la stessa passione di quel giovane agente degli anni ’80, si appresta a guidare il Corpo verso le sfide del futuro. Ecco quello che è emerso dal nostro dialogo. Buona lettura!

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Dottor Zaccariello La ringrazio a nome di tutta la Redazione per il tempo che ci dedica. La sua recente nomina è stata accolta con gioia unanime. Qual è il primo segnale forte che vuole dare al personale che vede in lei un punto di riferimento e di riscatto per l’intera categoria?

Il primo segnale che sento il dovere di trasmettere  non è affidato a dichiarazioni di principio, ma a un impegno concreto e continuo, che è quello di esserci davvero, con serietà e coerenza, accanto alle donne e agli uomini del Corpo di polizia penitenziaria.

Chi indossa questa uniforme non ha bisogno di parole di circostanza, ma di punti di riferimento solidi, capaci di assumersi responsabilità anche nei momenti più complessi.

E allora il segnale più forte è questo: continuare sempre ad impegnarsi  per chi, ogni giorno, tiene in piedi il sistema, spesso senza che nessuno gli riconosca valore e importanza.

Le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria non hanno bisogno di parole di circostanza, né di fare rumore perché ci sono sempre in ogni momento.

Qual è la sfida più grande che attende la Polizia Penitenziaria nel prossimo decennio e come intende affrontarla da vertice?

La sfida più grande che attende il Corpo di polizia penitenziaria sarà quella di governare una complessità crescente senza perdere la propria identità. Le minacce cambiano, si fanno più sofisticate, meno visibili, più tecnologiche, ma la risposta non può essere soltanto operativa: deve essere culturale, organizzativa e profondamente consapevole del proprio ruolo istituzionale.

La vera sfida non è solo essere più forti, ma essere più lucidi. Dovremo investire in formazione, principalmente nelle tecniche operative per la gestione dei conflitti e delle tensioni oltre che nella trasformazione digitale, nell’interoperabilità dei sistemi, negli strumenti, in capacità di analisi, ma soprattutto nel valore umano delle persone, perché sono loro, ogni giorno, a garantire equilibrio in un sistema che vive su equilibri fragili.

Per il personale in prima linea, quello che ho più a cuore, la sfida è duplice: operativa, gestire scenari sempre più complessi e organica riferita alla carenza di personale.

Lei che ha vissuto i vari momenti storici del Corpo, dai gradi iniziali fino alla dirigenza generale. C’è un oggetto, un simbolo o una traccia del suo primo giorno in servizio che conserva ancora sulla sua scrivania di Dirigente Generale per mantenere vivo il legame con i suoi inizi?

Ho sentito il bisogno di conservare il primo paio di alamari ricevuto perché da quel momento ho capito e avuto la consapevolezza che la mia vita non sarebbe più stata soltanto mia. È una responsabilità che non si attenua con il tempo, ma si rafforza, e che ancora oggi mi accompagna nelle decisioni più complesse. Il primo giorno non finiscemai: questa consapevolezza impedisce di perdere il contatto con la realtà e obbliga a ricordare sempre per chi stai decidendo.

Essere un ‘uomo di territorio’ al comando dei vertici è una garanzia per chi lavora sul campo. In che modo intende portare la voce dei reparti fin sui tavoli decisionali, affinché le necessità operative guidino le scelte della dirigenza?

La voce dei Reparti non si rappresenta formalmente, si conosce, si ascolta e si riconosce, perché solo chi ha vissuto determinate realtà può davvero comprenderle.

La mia esperienza mi impone una responsabilità precisa: non perdere mai il contatto con quella dimensione operativa del servizio negli istituti penitenziari che è il cuore del Corpo di polizia penitenziaria.

Le decisioni giuste nascono dalla realtà, non dalle scrivanie: questo significa costruire scelte che partano dai bisogni concreti, non da modelli astratti.

La Polizia Penitenziaria viene spesso definita un ‘Corpo silenzioso’. Lei che ne è diventato un simbolo di riscatto, come intende dar voce all’alto spirito di servizio che l’opinione pubblica fatica talvolta a percepire pienamente?

Siamo abituati a dimostrare con i fatti e non a parole il nostro valore, e i fatti, spesso, fanno meno rumore delle parole, ma hanno un peso molto più forte. Il mio impegno sarà quello di rendere visibile questo lavoro senza mai trasformarlo in esposizione, perché la credibilità non si costruisce cercando visibilità o attraverso le belle parole ma mantenendo fede al proprio giuramento. Per dare voce allo spirito di servizio ci deve essere una narrazione proattiva e non solo legata alle emergenze. Una comunicazione istituzionale e sociale, anche attraverso campagne di sensibilizzazione, che porti il lavoro e l’umanità della Polizia penitenziaria fuori dalle mura delle strutture penitenziarie.

Bisogna passare dal “ far sapere” al “ far sentire” rendendo la dedizione il centro della propria comunicazione.

Se dovesse scegliere una sola parola per definire il legame che unisce gli uomini e le donne del Corpo nei momenti di massima criticità, quale sarebbe e perché?

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere il legame che unisce il personale del Corpo di polizia penitenziaria nei momenti più critici, sceglierei “fiducia”, perché è ciò che tiene insieme tutto: i rapporti tra colleghi, il rapporto con il comando e il rapporto con le istituzioni.

Nei momenti difficili non reggono le gerarchie, reggono i legami, i valori e le tradizioni.

Nel contrasto alle mafie e al terrorismo, il carcere è l’ultimo fronte, il più delicato. Qual è il ‘prezzo’ umano e professionale che si paga nel gestire regimi detentivi così complessi, mantenendo sempre l’integrità dei valori costituzionali?

Il prezzo umano e professionale è alto, ed è spesso invisibile, perché fatto di tensione continua, di responsabilità e di decisioni che devono essere assunte con lucidità anche quando il margine di errore è pari a zero. Operare in questi contesti significa mantenere un equilibrio costante tra fermezza e rispetto dei principi costituzionali. Il nostro lavoro è stare in equilibrio dove altri vedono solo conflitto.

Lei ha visto generazioni di agenti passare tra i banchi delle Scuole del Corpo. Oltre alla tecnica e alla legge, qual è quella ‘scintilla’ negli occhi di un giovane allievo che le fa dire: ‘Ecco, lui sarà un grande poliziotto’?

Quella che riconosco nei giovani non è la competenza tecnica, che si acquisisce, ma una qualità più difficile da definire: è uno sguardo, un atteggiamento, una consapevolezza precoce del fatto che questo non è un lavoro ordinario. La differenza non la fa chi sa fare, ma chi sa perché lo fa.

Un gran poliziotto è colui che mette il bene comune davanti a tutto.

Oggi lei non è solo un Dirigente Generale del Corpo di Polizia penitenziaria ma una speranza per migliaia di colleghi. Quale ‘promessa’ si sente di fare oggi a chi lavora nelle sezioni più difficili d’Italia?

Non ritengo corretto formulare promesse che possano sembrare rassicuranti ma non realistiche, perché chi lavora nelle sezioni conosce bene la complessità del sistema e sa che ci sono condizioni operative che non possono essere semplificate con una dichiarazione.

Tuttavia, c’è un impegno che considero imprescindibile, ed è quello di garantire chiarezza nelle scelte, coerenza nelle decisioni e una presenza costante del livello di comando, che non deve mai essere percepito come distante o astratto.

Chi opera in prima linea deve sapere che ogni decisione organizzativa ha una direzione chiara, che non cambia al mutare delle circostanze, e che dietro ogni scelta c’è una responsabilità assunta fino in fondo.

A chi opera ogni giorno nelle strutture penitenziarie e nei servizi operativi, dove la tensione è costante e il sacrificio è spesso invisibile, come ho detto prima non voglio fare promesse retoriche, ma assumere un impegno concreto: “non sarete soli”.

In un mondo che spesso privilegia percorsi accademici, quanto è stato importante per lei aver “vissuto” la sezione e il contatto quotidiano con i detenuti per diventare l’uomo delle istituzioni che è oggi?

L’esperienza della sezione è ciò che forma davvero un appartenente al Corpo di polizia penitenziaria, perché è lì che si comprendono le dinamiche reali, le tensioni, le responsabilità e il significato concreto del servizio. La sezione non è un passaggio, è una scuola che non finisce mai.

Non si può governare ciò che non si conosce nell’anima, e l’anima del nostro sistema non si trova solo nei manuali ma soprattutto nei corridoi delle sezioni. Solo chi ha sentito il rumore delle chiavi e la tensione di una sezione affollata può capire davvero il peso psicologico che quell’agente si porta sulle spalle.

Il contatto con i detenuti mi ha insegnato a leggere i segnali prima che diventino criticità. Mi ha dato la capacità di distinguere tra la fermezza necessaria e l’inutile vessazione, rendendo le istituzioni non solo un potere, ma un servizio autorevole.

Qual è il ricordo più vivido dei suoi primi anni di servizio che porta ancora con sé nella sua nuova veste di Dirigente Generale?

Non esiste un singolo episodio che sintetizzi quegli anni, perché i primi periodi di servizio sono fatti di esperienze continue, di situazioni che si susseguono e che, nel loro insieme, costruiscono una consapevolezza progressiva. Ciò che porto con me, più di ogni altra cosa, è il senso di responsabilità che si sviluppa stando a contatto diretto con la realtà operativa, dove ogni scelta, anche la più semplice, ha conseguenze immediate.

Sono i volti dei colleghi, le dinamiche quotidiane, le tensioni gestite insieme, a lasciare un segno duraturo, perché è in quel contesto che si forma davvero il modo di interpretare il ruolo.

Le esperienze passano, ma il modo in cui ti hanno formato resta e quello non cambia, nemmeno quando cambiano gli incarichi.

I suoi uomini la descrivono come un leader di grande rigore ma anche di profonda umanità. Come si conciliano queste due anime in un ambiente complesso come quello penitenziario?

Rigore e umanità non sono due dimensioni in contrapposizione, ma due elementi che devono necessariamente convivere per rendere efficace l’azione del Corpo di polizia penitenziaria. Il rigore è ciò che garantisce ordine, credibilità e rispetto delle regole; l’umanità è ciò che consente di applicare quelle regole con consapevolezza, evitando automatismi che rischierebbero di svuotarle di significato.

In un ambiente complesso come quello penitenziario, la difficoltà sta proprio nel mantenere questo equilibrio, senza scivolare né nella rigidità fine a sé stessa né in una visione eccessivamente indulgente.

Essere rigorosi non significa essere distanti, significa essere responsabili e la responsabilità, quando è autentica, include sempre anche una dimensione umana.

Si racconta che durante una rivolta Lei si offrì come ostaggio per liberare un suo agente. Qual era il Suo pensiero in quel momento e cosa significa per lei “responsabilità del comando”?

Nei momenti critici il Comandante ha anche il dovere fisico di tirare fuori dal pericolo un suo agente; quindi, ho fatto solo il mio dovere piuttosto che restare a guardare da fuori. In momenti di particolare criticità non c’è spazio per ragionamenti complessi o per valutazioni teoriche: si agisce sulla base di ciò che si è costruito nel tempo, in termini di valori, senso del dovere e consapevolezza del proprio ruolo. La responsabilità del comando non è un concetto astratto, ma una condizione concreta che impone di assumersi per primi il peso delle decisioni, soprattutto quando queste comportano rischi.

Non si tratta di gesti eccezionali, ma della naturale conseguenza di un modo di intendere il comando, che non può mai essere vissuto come una posizione di distanza rispetto agli altri.

Il comando non è una posizione, è una responsabilità che si esercita in prima persona, soprattutto nelle situazioni più difficili.

Lei è stato insignito di alte onorificenze come per citarne solo alcune la Medaglia al Merito di Servizio e i titoli di Commendatore, Ufficiale e Cavaliere della Repubblica. Al di là del protocollo, qual è il traguardo che Le ricorda con più forza l’orgoglio di appartenere alla Polizia Penitenziaria e il suo spirito di servizio allo Stato?

Le onorificenze rappresentano un riconoscimento importante, ma non esauriscono il senso di un percorso professionale, che si misura soprattutto nella coerenza mantenuta nel tempo e nella capacità di non venire meno ai valori del Corpo anche nelle situazioni più complesse.

L’orgoglio più autentico non deriva da un momento formale, ma dalla consapevolezza di aver svolto il proprio ruolo con correttezza, mantenendo la fiducia dei colleghi e delle istituzioni.

Il vero riconoscimento è sapere di non aver mai dovuto arretrare rispetto ai propri valori.

L’orgoglio nasce anche dalla capacità di operare ogni giorno in condizioni complesse, spesso nel silenzio, per garantire la legalità e la sicurezza della convivenza civile.

Ha guidato il NIC e il GOM, reparti operativi che affrontano criminalità organizzata e terrorismo. Quali sono le sfide invisibili che la Polizia Penitenziaria affronta ogni giorno nel contrasto alle mafie?

Le sfide più rilevanti sono proprio quelle che non emergono all’esterno, perché il contrasto alla criminalità organizzata all’interno degli istituti richiede un lavoro continuo, fatto di osservazione, analisi e capacità di cogliere segnali che, isolatamente, potrebbero apparire irrilevanti.

La complessità sta nel comprendere dinamiche che si evolvono costantemente e che richiedono un approccio sempre più sofisticato, in cui l’intelligence e la capacità di lettura del contesto assumono un ruolo centrale.

La vera difficoltà non è intervenire quando il problema è evidente, ma anticiparlo quando ancora non lo è: su questo piano che si gioca gran parte dell’efficacia dell’azione del Corpo.

Come è cambiata la minaccia criminale all’interno degli istituti negli ultimi trent’anni e come si è evoluta la risposta investigativa del Corpo?

Negli ultimi decenni la minaccia criminale si è trasformata profondamente, diventando meno visibile ma più strutturata e capace di adattarsi ai contesti. Questo ha imposto al Corpo di polizia penitenziaria di evolvere non solo sul piano operativo, ma anche su quello investigativo e informativo, sviluppando strumenti e competenze sempre più avanzati.

La risposta non è stata soltanto quantitativa, ma qualitativa, orientata alla comprensione dei fenomeni e non solo alla loro gestione immediata. Non basta contenere il cambiamento, bisogna comprenderlo per governarlo.

Dopo aver diretto la Scuola di Parma, quale impronta secondo lei bisognerà dare alla formazione delle nuove generazioni di agenti? Su cosa devono puntare i giovani che entrano oggi nel Corpo?

La formazione rappresenta uno dei passaggi più delicati, perché è il momento in cui si costruisce non solo la preparazione tecnica, ma anche l’identità professionale. Accanto alla conoscenza normativa e operativa, è fondamentale trasmettere il senso del ruolo, la capacità di mantenere equilibrio e la consapevolezza della responsabilità che si assume indossando l’uniforme. I giovani devono essere accompagnati in un percorso che li renda autonomi, ma anche profondamente consapevoli del contesto in cui opereranno. La competenza si acquisisce, ma la consapevolezza si costruisce ed è su questa che si fonda la qualità del servizio.

Se potesse incontrare oggi quel giovane Agente che agli inizi degli anni ’80 iniziava il suo percorso nelle sezioni cosa gli direbbe?

Gli direi di avere pazienza, di non lasciarsi condizionare dalle difficoltà iniziali e da quelle che incontrerà durante il cammino professionale perché questo è un lavoro che si comprende davvero solo con il tempo e con l’esperienza.

Gli direi anche di mantenere sempre una linea coerente, senza adattarsi a ciò che è più semplice ma scegliendo ciò che è più giusto. Ciò che costruisci con fatica è ciò che ti sostiene nel tempo e ogni scelta fatta con coerenza contribuisce a definire il percorso.

Gli direi pure di guardare avanti con orgoglio, ma anche di prepararsi a un lungo percorso fatto di sfide, sacrifici e silenzi oltre che soddisfazioni. Ne varrà la pena perché alla fine del percorso, guardandosi indietro, capirà che ha fatto la cosa giusta.

La Festa del Corpo è stata l’occasione per far conoscere ai cittadini il lato più umano della Polizia Penitenziaria. Guardando il lavoro svolto, qual è l’aspetto della vostra missione quotidiana che le sta più a cuore?

L’aspetto che ritengo più rilevante è la capacità del Corpo di polizia penitenziaria di operare in un equilibrio costante tra sicurezza e rispetto della persona, mantenendo sempre una dimensione istituzionale che non viene meno nemmeno nelle situazioni più complesse.

Ciò che spesso non viene percepito è proprio questo lavoro silenzioso di gestione, mediazione e responsabilità, che consente al sistema di funzionare ogni giorno nel rispetto dei valori dello Stato.

Spesso la Polizia Penitenziaria è protagonista di progetti culturali e artistici all’interno degli istituti. Quanto è importante, secondo Lei, il binomio tra Arte e percorso rieducativo?

Il rapporto tra arte e percorso rieducativo non è un elemento accessorio, ma una delle espressioni più profonde della funzione costituzionale della pena, perché la creatività restituisce alla persona uno spazio in cui potersi riconoscere oltre l’errore commesso. L’arte non assolve, ma consente di rielaborare, di trasformare, di dare forma a ciò che spesso resta inesprimibile.

 Patrizia Faiello

 

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