Batman – All’ombra del Cavaliere Oscuro

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Non si diventa mica supereroi per caso. Sopratutto se si è dei semplici esseri umani. Nati con o colpiti da superpoteri, si può decidere da che parte stare, se da quella della civiltà o da quella del disordine. A Bruce Wayne accade qualcosa di simile. Nella storia delle origini di Batman, in una vignetta delle prime pagine, si vede un ragazzo a mani giunte accanto al letto mentre una candela accesa sullo sfondo emana una suggestiva fiammella, che ha qualcosa di sacro. Ma non sta pregando il ragazzo. Sta giurando, sta dando una direzione al proprio destino dopo l’assassinio dei suoi genitori.

Qualcosa di strano c’è, però, in questa premessa. Si capisce che il trauma per la perdita dei genitori è la molla che fa scattare il meccanismo di reazione: tanto più forte è l’offesa subita, tanto più alta è, la risposta. Ma, davvero, c’è qualcosa di strano: non nella storia in sé, quanto nel non detto, in quel vuoto tra vignetta e vignetta. É la solitudine; totale, imperante, agghiacciante. Il ragazzo è solo con la propria tragedia, nessuno lo aiuta, gli parla, lo consola. Non ci sono parenti, amici, organizzazioni sociali, nessuno che gli dia una mano, un conforto, una prospettiva di vita.

D’accordo, è solo un pretesto narrativo. Ma è fondamentale. Perché la scelta che compie Bruce Wayne in questo deserto di socialità, è quella di un ragazzo traumatizzato che, non potendo essere “normale”, cerca una strada parallela a quella della normalità, della legalità. Egli non può essere come noi, anche perché l’abbiamo lasciato solo.

La grandezza di Batman sta nel dirottare la sua follia verso la convivenza civile, verso il rispetto delle regole. Che ci sia una qualche follia nel travestirsi da pipistrello per combattere la criminalità è, davvero fuori di dubbio. Ma può essere solo del cattivo quella genialità che esce dai confini della normalità? Deve essere sempre il cattivo il più affascinante della storia? Deve essere sempre banale il bene? Con Batman la follia prende la via della legalità, e combatte l’altra follia. In mezzo ci siamo noi lettori: non abbiamo fatto giuramenti ma possiamo capire cosa abbia spinto Batman a diventare quello che è. Chi da ragazzo non ha subito un lutto? Chi non si è sentito perdutamente solo? Tutti i ragazzi, prima o poi, hanno dovuto scegliere da che parte andare. Quella della follia, oppure l’altra. Quella della criminalità, oppure l’altra. Coscienti o meno che il confine tra equilibrio e il suo contrario è piuttosto labile.

C’è un altro elemento strano e per nulla enfatizzato nella trasformazione di Bruce Wayne in Batman: la sua ricchezza. Che gli permette di diventare uno scienziato, di allenarsi, di costruire una casa, una tana che gli offra un’identità certa: la sua doppia identità. Se non fosse stato tanto ricco avrebbe fatto lo stesso giuramento, avrebbe difeso con la stessa forza il suo sistema sociale?

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Ecco quale macchia possiamo individuare nella follia di Batman: non avere mai pensato che potrebbe essere importante pervenire alcune emergenze sociali che causano crimini e ingiustizie. Ma certo è, che un fumetto popolare ha bisogno di grandi scontri, di un bene che vince solo all’ultimo momento dopo una lunga e costruita tensione. La differenza con la vita reale sta proprio nell’epilogo: spesso, fuori dalle pagine disegnate, risulta assai meno edificante e ottimistico.

Christian Imbriani
La scheda

Illustrazione Christian Imbriani

 

 

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